Independent Days Festival

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Vi proponiamo il nostro reportage dell’Independent Days 2007 di Bologna, scritto a 2 mani e mezza, due di Grendel e mezza di Christian Dex. Anche se lo stile dei due è senz’altro ben riconoscibile per i lettori affezionati del sito, abbiamo fatto precedere le sigle [G] e [CD] ad ogni parte scritta rispettivamente da Grendel e da Christian Dex, i quali si sono anche prodigati con le macchine fotografiche per testimoniare degnamente questo bel festival. Buona lettura.

Petrol

Petrol all'Independent Days Festival 2007, Foto di Grendel

[G] A due anni di distanza dall’ultima edizione ritorna l’Independent Days Festival di Bologna, evento imperdibile per tutti gli appassionati di rock alternativo e per coloro che amano partecipare alle grandi rassegne musicali estive, che avranno sì qualche difetto (a cominciare dal gran caldo che tocca sopportare se si decide di non perdersi neanche un gruppo, e di arrivare in tempo per l’apertura dei cancelli…), ma che senz’altro hanno il pregio di offrire opportunità da cogliere al volo (quando mai ricapiterà di poter vedere in Italia, una di seguito all’altra, due formazioni del calibro di Nine Inch Nails e Tool? A mio avviso non tanto presto!!).

Appena arrivata ho trovato l’Arena Parco Nord di Bologna “arroventata” come non mai: il sole colpiva implacabile la gran massa di “nerovestiti” che gironzolavano come tante anime in pena (ma i più trendy avevano pensato bene di acchiappare due piccioni con una fava e di ripararsi con degli ombrellini, neri pure quelli è ovvio…), e io ho cominciato a disperarmi all’idea di dover sopportare quella tortura per le successive cinque ore! Con un bel po’ di ritardo è poi iniziato il primo dei concerti in programma, che tra l’altro era tra quelli che mi incuriosivano maggiormente perché i Petrol, a differenza di molte delle band in cartellone, non avevo mai avuto l’opportunità di vederli in precedenza. Il nuovo progetto musicale di Dan Solo (ex bassista dei Marlene Kuntz) e Franz Goria (ex voce dei Fluxus) è una delle novità più interessanti della scena alternativa di casa nostra, infatti non erano poche le persone che attendevano con impazienza di sentire dal vivo le canzoni incluse nel debut (uscito questa primavera e intitolato Dal fondo), e che per tutta la durata dell’esibizione hanno incitato il combo torinese. Il sound proposto, affascinante e a suo modo oscuro, ha convinto fin dal primo ascolto e anche i musicisti sono apparsi a loro agio, oltre che consapevoli di aver avuto un bel colpo di… “fortuna” (ci starebbe bene qualcos’altro qui, ma insomma…) nell’essere gli unici italiani chiamati a partecipare ad un festival di tale portata.

Dopo i Petrol è stato il turno dei Billy Talent, giovane formazione canadese (del giro emo-punk) non molto conosciuta da queste parti, ma che si è rivelata piuttosto piacevole nonché “cazzuta” al punto giusto. Difficilmente le band dedite al genere che ho appena citato sono deludenti on stage, e infatti i quattro sanno il fatto loro e si sono prodotti in una performance di buon livello sia per ciò che concerne l’aspetto musicale che per quanto riguarda la presenza scenica. Il cantante Benjamin Kowalewicz si è dato parecchio da fare, correndo e agitandosi tantissimo, e nonostante abbia accusato molto il caldo (era a torso nudo e la sua povera pelle appariva arrossatissima!) ce l’ha fatta ad arrivare fino in fondo senza svenire… In generale il pubblico ha gradito, e in particolare le ragazzine che si trovavano proprio vicino a me (armate addirittura di cartelloni e robe varie, neanche fossero a “TRL”!!!) non hanno mai smesso di urlare e incitare il gruppo, esaltandosi come matte all’annuncio di ogni nuova canzone.

Poco dopo che erano saliti sul palco i Trail Of Dead, il loro simpatico cantante Conrad Keely ha detto (con il sorriso sulle labbra…) che il concerto stava per finire perché avevano avuto dei problemi e non erano riusciti a fare il soundcheck: in realtà non mi ci è voluto molto per capire che non si era trattato solo di una battuta, e che i problemi dovevano averli avuti sul serio, difatti il loro set è stato più breve del previsto e ha incluso quasi solo brani “soft” e poco incisivi. Peccato davvero perché la band di Austin sa essere travolgente in versione live (chi ha già avuto modo di vederla sa di cosa parlo…), e peccato pure che durante l’esibizione il sound sia risultato un po’ piatto e poco dinamico, per non parlare poi dei volumi che non erano quelli necessari a valorizzare il materiale proposto dal gruppo. Insomma, la classica situazione del cavolo che ti lascia l’amaro in bocca, ma che in un festival tutto sommato può anche starci…

A seguire sono arrivati sul palco gli Hot Hot Heat, altra formazione canadese che in Italia conoscono in pochi, ma che a differenza dei Billy Talent non mi è piaciuta proprio per niente. Incomprensibile l’alta posizione in scaletta, così come il senso delle canzoni proposte, che sembravano una scopiazzatura di tutto ciò che è andato di moda negli ultimi tre/quattro anni. Quando mi sono accorta che in certi casi facevano venire un po’ troppo in mente gli Strokes (ma Steve Bays, il loro riccioluto frontman, non ha certo l’appeal di un Julian Casablancas…) ho smesso di seguirli, e ho deciso di andarmene a fare un giro.

Maxïmo Park

Maxïmo Park all'Independent Days Festival 2007, Foto di Christian Dex © Ver Sacrum

Dopo di loro hanno suonato gli inglesi Maxïmo Park, una band che seguo fin dall’esordio e che mi piaceva molto fino a qualche tempo fa, ma della quale non condivido affatto le recenti scelte artistiche, che purtroppo influiscono anche sulla resa dal vivo. I brani inclusi nel nuovo album Our earthly pleasures non hanno la stessa carica dirompente di quelli del debut (si salvano solo il singolo “Our velocity” e pochi altri…), e visto che il concerto si è basato più che altro sui primi vi lascio immaginare il mio umore, inoltre non ho apprezzato per nulla il fatto che Paul Smith e compagni abbiano deciso di riarrangiare le vecchie canzoni e di rallentarle: così facendo le hanno rese meno potenti e d’impatto, e per quanto mi riguarda non gli perdonerò mai di aver rovinato un pezzo-bomba come “Apply some pressure”!! L’unica nota positiva l’ha rappresentata lo “spettacolo” offerto dal già citato Paul (uno che non sta fermo neanche a pagarlo…) e dal tastierista Lukas Wooller , ma per il resto direi che i Maxïmo Park sono una pratica da archiviare senza pensarci tanto su.

[CD] E arrivo finalmente anch’io all’Independent, con un ritardo incredibile e con oltre 600 km già fatti in giornata fino a quel momento. Sono ancora fuori mentre parcheggio la macchina e sento che i Maxïmo Park stanno già suonando “Girls who play guitars” uno dei pezzi più carini di Our earthly pleasures, un album su cui condivido il giudizio un po’ freddo espresso sopra. Finalmente arrivo e riesco a raggiungere Grendel in una posizione abbastanza vicina al palco. Il gruppo mi sorprende, e non positivamente, per il suo look. A parte il batterista e il cantante i Maxïmo Park sono vestiti come (e forse peggio) di una qualsiasi pub band, con jeans e t-shirt. OK il caldo ma dopo aver visto i loro video, in particolare quello bellissimo di “Apply some pressure”, mi aspettavo una presenza scenica un po’ più elegante e non tanta sciatteria. Anche la musica mi è sembrata davvero poco incisiva e nonostante gli sforzi del cantante e del tastierista – bravi entrambi come showmen – il concerto ha piano piano cominciato ad annoiarmi. Peccato davvero perché mi aspettavo davvero di più. Una menzione positiva comunque ad alcune delle canzoni proposte, in particolare “Apply some pressure”, che invece io ho apprezzato nella dimensione live, e “Books from boxes”, un gioiellino pop-psichedelico (non a caso suonato con una chitarra Rickenbacker) che sembra un brano di quei gruppi degli anni ’80 che si ispiravano alla musica dei sixties. Se vale la proprietà transitiva i Maxïmo Park sono quindi la band meno originale del pianeta e in parte ciò è vero, ma qualche loro pezzo, in particolare questa “Books from boxes”, merita davvero un ascolto. Per quanto riguarda i live invece, a giudicare dal concerto di Bologna il gruppo non va oltre a un generoso 5+.

[G] Passato il solleone, e quindi le fatidiche cinque ore, eccomi immersa nella bolgia pre-concerto dei Tool: l’attesa era notevole nonostante i quattro fossero già stati altre due volte nel nostro paese nell’ultimo anno e mezzo, e lo dimostravano le decine e decine di loro t-shirt che si notavano in giro già dal primo pomeriggio. Il palco era lo stesso visto al Palamalaguti di Casalecchio di Reno nel 2006: sul fondo c’era una pedana rialzata sulla quale si trovava la batteria di Danny Carey, ma c’era anche un grosso spazio libero destinato al cantante Maynard J. Keenan, mentre ancora più indietro erano stati sistemati due grandi pannelli che per tutta la durate dell’esibizione hanno attirato l’attenzione dei presenti grazie alle immagini che vi venivano proiettate. Eh sì perché ormai i Tool sono questo, un “meccanismo perfetto” nel quale tutto ruota intorno alla carismatica (??) figura del cantante, diventato una sorta di guru delle giovani generazioni alternative. Se vi sembra di avvertire una nota polemica nelle mie parole sappiate che avete ragione, il quartetto californiano l’ho apprezzato per tanti anni ma adesso mi ha stufato. In particolare non mi piace affatto il modo in cui concepisce i live-show, perché non è poi così esaltante vedere due musicisti pressoché fermi ai lati del palco (il chitarrista Adam Jones e il bassista Justin Chancellor) e un “coglione” con crestino posticcio e cappello (più cinturone) da cow-boy che si agita sul fondo, senza mai degnarsi di fare qualche passo verso il pubblico che tanto lo adora. Questa cosa la capirei se ci fosse un motivo sensato per farla, ma ormai il Keenan sa che i suoi numerosissimi fan baciano la terra che calpesta (incredibile che questi ultimi non si arrabbino neanche per l’assurdo divieto, imposto dalla band stessa, di scattare foto con il flash durante i concerti!!), e allora se ne approfitta senza ragione. Detto ciò, la performance dal punto di vista strettamente tecnico/musicale è stata molto buona come al solito, con una scaletta più che soddisfacente e bilanciata (che ha incluso sia brani tratti dagli ultimi due dischi, e quindi i vari “Jambi”, “Schism”, “Rosetta stoned”, “Vicarious” e “Lateralus”, sia qualcosa di un bel po’ più vecchio, vedi ad esempio “Flood”…), ma per quanto mi riguarda di emozioni ne ho provate poche, perché se c’è una cosa che davvero non sopporto è vedere gente che non crede in ciò che fa, e che (peggio ancora) non fa neanche finta di crederci!!

Tool

Tool all'Independent Days Festival 2007, Foto di Grendel

Il discorso contrario vale invece per Mr Reznor e i suoi “grigiovestiti” (ed eleganti!) Nine Inch Nails, a confronto dei quali i Tool sono apparsi dei grezzi (e tuttavia spocchiosi) provinciali. Inutile fare un paragone tra i frontmen delle due formazioni, perché il divario è apparso incolmabile e l’attitudine totalmente diversa (basti pensare a quanto si sbatte il buon Trent, che a quarantadue anni suonati si agita come un ossesso e dimostra di amare alla follia il suo lavoro, mentre Maynard, che di anni ne ha solo uno in più del suo collega, si limita a fare cose “bizzarre”, tipo agitarsi come se facesse la lap-dance o mostrare fogli con dei numeri…), per cui passo direttamente a dire che l’esibizione degli headliner è stata più incandescente del sole di Bologna e a dir poco intensa ed esaltante. Se penso al pogo furioso che si è scatenato su “March of the pigs” mi viene ancora il mal di mare (non so neanch’io come ho fatto a ritrovare intatto lo zaino che tenevo tra i piedi!), se penso agli incredibili effetti luce utilizzati durante lo show (mi riferisco in particolar modo ad un enorme pannello metallico che ad un certo punto è stato calato dall’alto e che, illuminandosi in svariate maniere, ha costituito una scenografia “da urlo” per la band…) mi stupisco nuovamente, e se penso al finale della serata (l’ultimo pezzo proposto è stato “Hurt”) continuano a venirmi i brividi! Tutto bello in poche parole, a partire dalla scaletta che, oltre a classici e chicche varie (per i dettagli vi rimando alla lista che trovate qua sotto…), ha incluso molte canzoni tratte dal recente Year Zero (cosa che invece era accaduta molto parzialmente a Milano, durante il concerto tenuto dai NIN in aprile), e finendo con l’estrema vivacità e completezza dello spettacolo offerto.

Come dicevo in precedenza, Reznor è uno che ce la mette tutta, ma anche i suoi fidi compari Jeordie White (meglio conosciuto come Twiggy Ramirez) e Aaron North qualcosina (!) di carino sono riusciti a tirarla fuori, cercando di distruggere i loro strumenti e contribuendo a rendere la performance ancora più incendiaria grazie alla loro carica dirompente e al loro carisma. Simpatica anche l’idea di “sfruttare” il tastierista italiano Alessandro Cortini per comunicare con il pubblico, difatti verso la fine dello show il cantante si è fatto tradurre un paio di concetti che sono stati molto ben accolti dai presenti, vale a dire “Scaricate pure la nostra musica e fatela conoscere ai vostri amici, ma continuate a venire ai nostri concerti!!”. Insomma, anche dalle piccole cose si può capire se un gruppo ha classe oppure no, ma in questo caso di dubbi non potevano essercene, perché di live come questo non capita di vederne molto spesso, ve lo assicuro. Bellissima poi la chiusura, con la mega-scritta luminosa “NIN” che si è improvvisamente illuminata sul pannello di cui ho parlato in precedenza, una roba della serie “Tante volte doveste scordarvi chi avete visto, ci pensiamo noi a imprimervelo nel cervello, e ve lo facciamo pure sognare stanotte!!”. Adrenalina alle stelle, sensazioni vivissime, stordimento, stanchezza estrema e l’idea di aver vissuto un’esperienza del tutto particolare: questo è ciò che mi viene in mente adesso ripensando a quella serata, e che non scorderò per un bel pezzo…

[CD] Il mio giudizio sul concerto dei Tool è invece diametralmente opposto a quello di Grendel ma probabilmente perché non seguo da molto il gruppo e questo era il mio primo live di Keenan e compagni. Tra l’altro i Tool sono una band che non ho ancora capito se mi piace o no: troppo barocchi e ridondanti per i miei gusti un po’ diretti, ma innegabilmente riconosco nei loro dischi della grande qualità, sia a livello di composizione che di esecuzione. Clamorosa da questo punto di vista è stata la performance live del bassista Justin Chancellor, che rende con il suo stile immediatamente riconoscibili i pezzi dei Tool. Keenan non mi ha irritato dal vivo; piuttosto l’ho trovato assai curioso come personaggio, un “anti-star” che in realtà, proprio a causa dei suoi vezzi, è più “star” che mai. Bellissima è stata poi la scenografia del concerto, con i grandi schermi sullo sfondo e quella gigantesca figura femminile, una sorta di visione psichedelica rivista con lo stile di Giger, che ha troneggiato come una dea pagana sul pubblico del festival. E a proposito di pubblico, quello che mi ha davvero stupito è stata l’incredibile popolarità dei Tool qui in Italia, dato che la loro proposta non si può certo definire semplice e immediata. Non proprio tutti i loro fan di Bologna mi sono piaciuti, visto il pogo violento che si è scatenato durante i loro pezzi (anche contro ragazze) o il vino ingozzato a “garganella” da bottiglie di plastica da 2 litri, ma è giusto non fare di tutta un’erba un fascio, e concludo quindi con un’impressione decisamente positiva di questo live set.

Nine Inch Nails

Nine Inch Nails all'Independent Days Festival 2007, Foto di Christian Dex © Ver Sacrum

La “calorosità” del pubblico dei Tool faceva quasi pensare che fossero loro i veri headliner della serata. Così al termine del set mi aspettavo che molta gente lasciasse l’Arena. Sono stato invece ben lieto di essere contraddetto. Evidentemente il pubblico italiano dei Nine Inch Nails è cresciuto più di ogni mia rosea aspettativa: d’altra parte il fatto che un disco non facile come Year Zero abbia raggiunto la Top 20 nazionale è una buona sorpresa e testimonia un crescente interesse anche da noi per la creatura di Trent Reznor. Chi legge questo sito sa che per i Nine Inch Nails nutro una passione che sfiora quasi l’ossessione (questo di Bologna era il mio settimo concerto dei NIN, il quarto del 2007 – so cosa pensate di me…. e me lo merito tutto!!!! – ) ma come al solito su Ver Sacrum mi do un contegno e cerco di raccontare gli eventi con la clinica precisione del giornalista. Di fatto però di questo concerto non posso che parlare benissimo perché è stato davvero perfetto sotto ogni punto di vista. Grandissima esecuzione, interessante scaletta, fortunatamente varia e non troppo orientata al “best of”, e con delle scenografie davvero spettacolari. Intanto ho apprezzato l’esecuzione dei pezzi di Year Zero, un bell’album ma non proprio riuscitissimo. In particolare è stato davvero emozionante l’intermezzo in cui sono state proposte “Me, I’m not” e “The Great Destroyer”, che dal punto di vista scenico (e non solo) ha rappresentato il climax del concerto (OK, “Hurt” è stato il vero climax, ma quella è una canzone che i NIN fanno sempre dal vivo): dopo un’infiammata esecuzione di “Gave Up” sul palco è stato calato una specie di schermo, davanti al quale si sono posizionati Alessandro Cortini, Trent Reznor, entrambi con una mini-tastiera e un laptop (un Mac “ça va sans dire”) e Aaron North con una tastiera e una chitarra slide. Mentre sullo schermo comparivano delle macchie bianche e verdi i tre hanno dato vita ad una performance elettronica molto potente, quasi un mini-set electro che è terminato con un assalto noise al rumore bianco, inframmezzato con campionamenti di “Happiness in Slavery”. Davvero un’eccellente performance, niente di nuovo per la smaliziata redazione di Ver Sacrum ma ineccepibile come esecuzione. Lo schermo rimane ancora giù per “Eraser”, mentre nel frattempo il gruppo si è posizionato dietro e viene per buona parte coperto da immagini elettroniche distorte; solo a metà di “Only” viene risollevato e il set riparte in modo più tradizionale.

Trent Reznor è apparso molto carico e assai contento dell’accoglienza ricevuta, anche perché era reduce da una serie di date in Germania assai sfortunate. Questa è stata perciò una serata felice perché se Mr. Reznor è di cattivo umore non tratta benissimo il suo pubblico (sono ormai leggendari i suoi rimbrotti ai fan tedeschi, rei di disturbare l’esecuzione di “Hurt”). Qui addirittura ha lanciato un sonaglio agli spettatori, sonaglio che è stato preso al volo da un pittoresco fan spagnolo (la cui foto potete ammirare nello speciale) che per tutto il concerto agitava la bandiera della sua nazione. Preso il tamburello l’entusiasmo nazionalistico del fan è salita alle stelle e, pugni all’aria, ha cominciato a gridare “España, España”!!! Davvero una scena divertente! Bellissimo poi il siparietto di Reznor con traduzione simultanea di Alessandro Cortini su cui ha già riferito Grendel. Alla fine del concerto, vado a comprare la solita maglietta ricordo dei NIN e – sorpresa – i banchini ufficiali sono stati letteralmente saccheggiati e solo pochi esemplari sono rimasti! Che il 2007 sia davvero l’anno della consacrazione dei NIN nel nostro paese?

Scaletta concerto Tool
Jambi
Stinkfist
Forty-six & 2
Schism
Rosetta stoned
Flood
Lateralus
Vicarious

Scaletta concerto NIN
Hyperpower!
The Beginning of the End
Heresy
Terrible Lie
March of the Pigs
Closer
Survivalism
Burn
Gave Up
Me, I’m Not
The Great Destroyer
Eraser
Only
Wish
The Good Soldier
No You Don’t
Dead Souls
The Hand That Feeds
Head like a Hole
Hurt

Links:

Nine Inch Nails: sito ufficiale

Tool: sito ufficiale

Maxïmo Park: sito ufficiale

Hot Hot Heat: sito ufficiale

Trail Of Dead: sito ufficiale

Billy Talent: sito ufficiale

Petrol: sito ufficiale

Nine Inch Nails

Nine Inch Nails all'Independent Days Festival 2007, Foto di Christian Dex © Ver Sacrum

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