Dead Soul Tribe: A lullaby for the Devil

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Ver Sacrum Mr. Devon Graves ed i suoi DST perseverano nel perverso giuoco che consiste nel mettere in fila un disco più bello dell’altro; ad ogni uscita, si rinnova così quest’appuntamento atteso da schiere di devoti fan distribuiti sulla martoriata crosta terrestre, un rito fortificato dalla certezza che sicuramente l’ultimo supererà in qualità il predecessore. Non sfugge alla regola “A lullaby for the Devil”, aperta da una gothicissima “Psychosphere” che Carl McCoy dovrebbe ascoltare con attenzione, tanto appare come una personalissima rivisitazione (made in Graves, obviously) del classico wall of sound di derivazione nephiliana (eh, qualcuno di voi pensava per caso a Phil Spector?). Che il nostro sia un genio (ancor incompreso, pur troppo…) lo dimostra la distaccata e dark “Goodbye city life”, tra lancinanti fughe di chitarra ed un pianismo assorto (col cantato molto nu, quindi moderna, ma non svenduta). Otto minuti di sorprese, fra rintocchi di campane e rullar di tamburini (l’attesa nervosa della imminente battaglia?) durante i quali la sconfinata fantasia di Buddy Lackey (come si faceva chiamare ai tempi degli Psychotic Waltz, altro capitolo che andrebbe ri-letto con attenzione…) si sbizzarrisce cavalcando le inquiete onde d’una ispirazione che non conosce arsura di sorta. Fermiamoci un attimo, e ricapitoliamo: “Dead soul tribe” nel 2002, “A murder of crows” l’anno dopo, “The january tree” nel 2004 ed infine l’eccelso “The dead word” nel 2005… Un anno di sosta cosa poteva riservarci? Un altro ottimo disco, ovviamente… Una produzione che esalta la verve di brani allucinati come “Here come the pigs” (che titolo!), che magari ad un primo ascolto vi parranno assurdi, ma che in seguito, una volta approfonditi, si riveleranno in tutta la loro devastante carica eversiva. Devon Graves è riuscito, ancora una volta, a raccogliere i ciottoli più belli lasciati dai distratti colleghi che come lui affollano i ripidi sentieri della composizione: se il nu-metal ha ormai prosciugato ogni risorsa, se il gothic langue, nell’attesa di un auspicabile colpo di genio, se il metal tende (male noto…) a ripetersi, ecco che il geniaccio di San Diego, fregandosene (permettetemelo…) di tutto e di tutti, lancia nello spazio, avvolta dal gelo siderale, l’epocale “Lost in you”, capsula sonica ove melodia, ansia espressiva e vigore heavy convivono alla perfezione, in un incastro che vi sbalordirà. Questi sono i DSI: per qualcuno ostici, per altri troppo accessibili, ma le contraddizioni fanno parte della loro storia, e d’altronde le usano proprio per sorprenderci ad ogni svolta… “A stairway to nowhere” ad esempio vi rammenterà i Porcupine Tree, pura psychedelia hard/dark. Non vi basta? Ehi, ma ci sono ancora cinque brani! L’estatica magniloquenza della strumentale “The Gossamer Strand” richiama le grandi produzioni del prog meno estenuato (il flauto a-la Jethro Tull che fornisce al pezzo l’ossatura che ne sostiene i tessuti), “Any sign at all” si avvale di un inquietante percussionismo tribale e di chitarre cupissime, citando con consapevolezza il meglio di quanto prodotto dal project di un altro grande, ovvero A Perfect Circle di Maynard James Keenan. Confusi? Certo, ma ve l’avevo detto… Felici? Dovrete esserlo, se amate la buona musica! “Fear” è sinfonica ed è spezzata da stranianti inserti acustici (i cori salgono al cielo lungo scale immacolate rette dai tasti d’avorio), “Further down” è breve, intensa e nervosa, forse l’unico pezzo che non s’imprime nella memoria (ma sono solo tre minuti scarsi), eppoi si giunge al gran finale colla title-track, che in fondo è la summa ideale di quanto espresso fino ad ora. Non voglio aggiungere altro, vi lascio con della sana suspence: chi vuole intendere intenda…

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