Riverside: Rapid eye movement

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Ver Sacrum Se Steven Wilson dei Porcupine Tree se gli è portati in tournée, vorrà pur dir qualcosa! Finché è il vecchio Hadrianus che vaneggia, ma quando a porre il suo autorevole sigillo è il vate riconosciuto della rinascita del prog inglese… Eccoci allora a “Rapid eye movement”, terza ed ultima parte della trilogia “Reality dream”, principiata con “Out of myself” e proseguita con “Second life syndrome” (voglio ricordare pure il mini in parte live “Voices in my head”), disco che non dispiacerà, ne sono certo, agli appassionati di sonorità oscure ove pulsioni hard/psichedeliche e riverberi progressivi donano all’opera quel tocco di genio necessario per distinguersi dal mare magno di odierne pubblicazioni. Un sound che si dichiara senza imbarazzo debitore nei confronti dei citati ed osannati (non troppo…) PT, ma che Mariusz Duda e compari sanno rendere sufficientemente personale, come dimostra l’accattivante “02 Panic room”. L’andamento ciondolante ed ipnotico di questo pezzo incanta, avvolgendo l’ascoltatore colle sue voluttuose spire, riportandolo presto alla (cruda) realtà nella cupa parte finale. Si possono distinguere anche passaggi riconducibili a quanto prodotto negli ultimi lavori dai discontinui Anathema, altro insieme che Duda/Grudzinski/Lapaj/Kozieradzki debbono aver frequenato nel corso dei loro ascolti, ma chi ha letto le mie precedenti relazioni ne è già a conoscenza. Nemmeno durate più sostenute, come gli otto minuti della cangiante “Parasomnia” ed i tredici di “Ultimate trip” (che chiude, preceduta dalle delicate e mesmeriche “Through the other side” ed “Embryonic” e dalla più vigorosa “Cybernetic pillow”) mettono alla corda i Riverside, pronti a raccogliere, e vincere, la sfida sulla lunga distanza che può fiaccare l’attenzione degli ascoltatori non proprio avvezzi a questa categoria di sonorità. “Rapid eye movement” (suddivisa in due sezioni, “Fearless” e “Fearland”) è opera che sorprende piacevolmente, più ci s’addentra negli intimi recessi ai quali ci guida col fluire delle note, e che i meno distratti faranno propria senza titubare, sorretti dalla convinzione che dischi come questo meritano ben più che un fugace contatto.

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