Soul Takers: Flies in a jar

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Ver Sacrum I Soul Takers stanno crescendo. Pian piano, senza forzare. La maturità artistica la si raggiunge coll’impegno, colla costanza, coll’applicazione, qualità delle quali i nostri non difettano. “Flies in a jar” è un bel disco che gli amanti del prog-metal meno esasperato apprezzeranno senza altro, in virtù di intrecci strumentali mai cervellotici, di un uso calibrato di violino e pianoforte, e di un lotto di canzoni gradevoli, anche se, ad un primo ascolto, ai meno avvezzi a tali sonorità potranno magari apparir ostiche. Una musica elegante, a tratti solenne, che non abbisogna di minutaggi estenuanti per esprimere al meglio la propria indole, anche se esige il giusto grado di attenzione per venir al meglio apprezzata. Molti gli episodi degni di menzione, tra gli undici brani che compongono il disco: “Icon” e “Belied” possono ben rappresentare lo stile dei Soul Takers, ma non sono gli unici. L’incipit di “Staring eyes”, con un pianismo notturno e composto ad accompagnare la chitarra, è semplicemente geniale, rendendo questo pezzo un chiaro manifesto della versatilità del gruppo, “The silent empire” si giuova di gradevolissime parti cantate, con la voce muliebre a rincorrere quella maschile e viceversa, e con il violino ancora una volta ad ergersi protagonista nella porzione centrale, con un intervento delizioso; è poi il sax a salire sul proscenio nella delicata “Another world”, struggente canzone che cita Satie e ch’è pervasa dall’acre profumo dell’addio. “Flies in a jar” è solo il secondo capitolo ufficiale della discografia dei ST, e ci fa ben sperare per un futuro onusto di soddisfazioni, che i suoi artefici meritano davvero.

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