Thomas Nöla et Son Orchestre: Vanity is a Sin!

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Ver Sacrum Per chi scrive, qualunque album in grado di far letteralmente saltare dalla sedia chi si dice un ascoltatore privo di pregiudizi di sorta, attento ai merger di stili, portato a ritenere che nulla ormai possa sorprenderlo più di tanto, merita attenzione a prescindere. Tanto più se all’effetto-sorpresa si somma poi la scoperta di sempre nuovi particolari, l’ammaliante bellezza della forma oltre che la messa in pratica delle intenzioni; la constatazione, insomma, di trovarsi al cospetto di qualcosa finalmente in grado di sorprendere per la sua unicità, e non per il saper fare particolarmente bene qualcosa che altri hanno già fatto prima. Thomas Nöla, per quanto poco conosciuto ai più nella frangia di pubblico a cui- volente o no- Vanity is a sin andrà a rivolgersi, in anni di esperienza ha realizzato un metodo personalissimo e infallibile per mettere in atto l’effetto di cui prima. Con la sua orchestra che mette insieme dal pianoforte al violoncello, dalla batteria alla tromba, dalle consuete tastiere all’accordion fino addirittura a una punta di maracas (!), theremin e samples, pare immagini un brainstorming tra Douglas P., Leonard Cohen e Nick Cave tra i suoni viscerali e insieme malinconici dell’America del primo dopoguerra. E quello che è il risultato, per quanto ora più che mai la necessità di una descrizione si scontri con l’effettiva difficoltà a formularla, a meno di non possedere la Scienza Esatta, è un insieme di suoni e stili che mai si sarebbero immaginati insieme prima d’ora per il tipo-brown area-medio (la frangia di pubblico di cui si parlava poc’anzi, ecco): le atmosfere e le linee care al neofolk acustico che si trovano perfettamente a loro agio nella convivenza e nell’interazione con ragtime, orchestrazioni jazz, una qualche forma raffinata ed educata di southern, un po’ di amore per la classica e il blues che viene e va, in arrangiamenti pieni, corposi, vivi, permeati sempre di una suadente malinconia, e che ti fanno capire quanto è bella la musica suonata anche se sei abituato ad ascoltare smanopolatori di ogni genere (sì, questa frase è autoreferenziale, mea culpa). E che voce, Thomas Nöla, calda, profonda ed espressiva come poche altre. Sono queste constatazioni che contribuiscono a farsi incantare dalla decadente e fumosa “Mis Mil Sueños de la Bruja”, come se non ci riuscisse già da sé, e ad ammirare “Is vanity a sin?” cercando di carpirne tutto ciò che ne costituisce l’armonia piena e coerente. Quando poi il nervoso movimento di “Iron gate”, l’oscuro swing di “Bei Mir Bist Du Schön “, la cadenza un po’ da marcia di guerra e un po’ da cabaret di Saint Louis di “One step up to heaven”, l’atmosfera dark-blues di “Balaustine”, attraversano laser e amplificatori e arrivano a svelarsi a chi ascolta, lo stupore diventa, detto in maniera poco fine ma veritiera, un’immensa, incantevole goduria. E per chi ne volesse ancora, basta mettere il cd nel computer ed ecco altre 7 tracce in mp3, tra live e inediti. La Punch Records si dimostra ancora una volta un’etichetta senza concorrenti e paragoni, e con Thomas Nöla et Son Orchestre è stata aggiunta un’altra perla al catalogo. Se altri prima hanno dimostrato che con i preconcetti non si arriva da nessuna parte, “Vanity is a sin” rimuove in maniera definitiva questa convinzione che conto sia rimasta di pochi, e dimostra quanto il talento, quando c’è, non conosca timori o paletti. Bellissimo!!!

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