As I Lay Dying: An ocean between us

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Ver Sacrum Direttamente da San Diego, California, arrivano i talentuosi As I Lay Dying, quintetto che nel giro di qualche anno ha raggiunto un livello di popolarità davvero invidiabile negli States, ma che anche in Europa è conosciuto come uno dei metalcore-acts più tosti e interessanti. La particolarità del gruppo (che prende il nome dall’omonimo romanzo di William Faulkner) sta nella sua appartenenza al giro “christian metal”, termine che a noi italiani può far sbellicare dalle risate ma che per gli americani, a quanto pare, ha un significato ben più serio. Sono convinta che nel nostro paese nessun fan di questa formazione sia un buon cristiano, e soprattutto non ci tenga affatto ad esserlo, ma come si fa ad andare a spiegare una cosa del genere a persone appartenenti ad una cultura così distante dalla nostra? Meglio lasciar perdere e ignorare le cavolate che gli As I Lay Dying (e quelli che la pensano come loro…) raccontano nelle interviste, concentrandosi piuttosto sulla musica proposta, per nostra fortuna molto diversa da ciò che si potrebbe immaginare. Tim Lambesis e soci, infatti, pestano durissimo quando si tratta di suonare, e i brani del loro nuovo album già dal primo ascolto appaiono come una delle cose più valide realizzate in tempi recenti, se non la migliore in assoluto. Potenza e brutalità (ma il batterista da che pianeta proviene?) si fondono alla perfezione con parti melodiche mai noiose o scontate, e anche le vocals si adeguano di volta in volta al contesto sonoro di cui fanno parte, facendosi apprezzare sia nella versione “growl” che in quella pulita. Davvero bello anche l’accostamento di entrambi gli stili, presente ad esempio in “I never wanted”, una delle metal song più emozionanti tra quelle che ho avuto modo di sentire nel 2007. Quest’ultima non è però l’unica capace di sorprendere e lasciare il segno, anzi è una delle tante assieme a “The sound of truth” (bellissimi i suoi riff geometrici e puliti), “Forsaken” (la dimostrazione che i due chitarristi-mostri Nick Hipa e Phil Sgrosso non hanno solo una gran perizia tecnica dalla loro, ma anche un senso della melodia da far invidia a Jesper Strömblad), “Within destruction” (pezzo cattivissimo, martellante e vicino a certe cose dei Fear Factory), “Wrath upon ourselves” (un concentrato di tutto il meglio del metal estremo anni novanta) e la stessa titletrack (semplice e lineare, ma dannatamente efficace). Un disco spettacolare insomma, e mai come in questo caso è appropriato dire che sarebbe un “peccato” perderselo!!

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