Orkus International Festival

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Ancora un reportage a quattro mani della redazione di Ver Sacrum: stavolta si sono cimentati, in ordine di “apparizione”, Candyman ([C]) e Grendel ([G]) a raccontarvi la cronaca di uno degli eventi più attesi di questi ultimi mesi. Buona lettura!

Dope Stars Inc.

Dope Stars Inc. all'International Orkus Festival di Milano, Foto di Grendel

[C] Approda anche in Italia, per quest’unica tappa, l’Orkus International Festival il cui eterogeneo cast annovera Lola Angst, Dope Stars Inc, Kirlian Camera e London After Midnight. Ovviamente l’attenzione principale è puntata sul grande ritorno sulle scene della band californiana, che dopo dieci anni di rinvii e smentite ha realizzato il nuovo album Violent acts of beauty; un tour che quindi ci dà immediatamente l’opportunità di valutare i nuovi brani e di vedere se lo smalto di Sean Brennan è ancora quello dei bei tempi. Ero francamente timoroso sull’afflusso di pubblico a questa serata per diversi motivi: innanzitutto il prezzo del biglietto (30 Euro), non proprio a buon mercato, specie di questi tempi. Quindi il giorno infrasettimanale e non ultima, la tradizionale pigrizia del pubblico “dark” italiano, da qualche anno in qua molto più reattivo davanti ad una serata in discoteca che non per un concerto. Alla fine, ad occhio, direi che il pubblico accorso (da diverse zone d’Italia) sarà stato attorno alle 200 unità, forse non moltissime per un cast di questo livello, ma viste le premesse, più di ciò che mi sarei atteso.

Il compito di aprire la serata spetta ai Lola Angst, duo tedesco-croato che definire bizzarro è il minimo che si possa fare. Ho detto duo, ma forse dovrei dire terzetto, visto che l’organo a canne che domina sul palco viene considerato (vedi pagina Myspace del gruppo), un vero e proprio componente della band (tanto per intenderci, Lola Angst è il nome dell’organo… un po’ come Doctor Avalanche era la drum-machine dei Sisters of Mercy). Alexander Goldmann (seduto spalle al pubblico) si occupa dell’organo e del canto, coadiuvato da Reiner Schirner (ex Blind Passengers), seconda voce e synths. Non è facile descrivere la proposta musicale di chi (parole loro) si definisce “missionario della pazzia”; di certo nel tempo a loro disposizione i due non si sono risparmiati, riversando un energico sound elettro-funk sul tradizionalmente moscio pubblico italiano, attingendo soprattutto al loro secondo albumSchwarzwald. Personalmente non ero un loro estimatore dopo l’ascolto del disco in questione e non lo sono nemmeno dopo averli visti dal vivo, ma riconosco ai Lola Angst l’assoluta originalità (direttamente proporzionale alla burinaggine) del loro progetto. Piccola nota a margine: non sono un bacchettone-moralista, ma trovo veramente patetico il tentativo di certi gruppi stranieri di accattivarsi le simpatie del pubblico italiano sciorinando quattro parolacce in croce.

[G] Tra le tre che accompagnavano gli headliners, i Dope Stars Inc. erano senz’altro la formazione che più mi incuriosiva, un po’ perché in passato non avevo mai avuto modo di vederla dal vivo, e poi perché considero l’album Gigahearts come uno dei migliori tra quelli usciti da un annetto a questa parte. La band romana (attualmente formata dal singer/guitar player Victor Love, dal bassista Darin Yevonde, dal chitarrista La Nuit e in occasione di questo tour coadiuvata anche da Dualized, che si è fatto carico delle parti elettroniche…) è un perfetto “prodotto” dei nostri tempi, ed è artefice di un sound che fino a qualche tempo fa avrebbe rischiato di esser male interpretato dai più. Anche il solo pensiero di poter abbinare l’attitudine stradaiola tipica dei gruppi glam anni ottanta con l’electro e con sonorità moderne era una grossa scommessa, ma i quattro l’hanno vinta a dispetto di tutto e di tutti, superando perfino il limite di provenire da un paese come l’Italia, dove chi riesce a ottenere qualcosa in più degli altri diventa automaticamente oggetto di critiche e invidie varie. Proprio perché l’interesse nei loro confronti era grande la performance milanese mi ha gettato nello sconforto, difatti già dalle primissime battute si è capito che qualcosa non andava: il suono non aveva né potenza né impatto, ma pure con gli orecchi coperti mi sarei accorta che le cose si stavano mettendo male perché l’espressione del cantante era davvero eloquente. Tra l’altro durante il soundcheck i nostri non avevano avuto grandi problemi, per cui tale situazione li ha colti alla sprovvista e ha smorzato la loro carica, visto anche le lunghe interruzioni forzate che si sono trovati a fronteggiare.

E’ davvero un peccato che pezzi come “Lost” o “Can you imagine” (tanto per fare un paio di esempi…) non siano usciti fuori in tutta la loro bellezza, ed è ancor più triste pensare che le cose abbiano cominciato ad andare nel verso giusto solo alla fine del set, quando alla band si è unito il batterista dei London After Midnight per una cover al fulmicotone di “Ace of spades” dei Motörhead. Concludo con una curiosità riguardante il già citato Victor, uno che non le manda a dire e che con le sue frasi colorite è riuscito a strapparmi un sorriso, malgrado avessi ben poca voglia di ridere. La sua battuta sul fatto di avere una specie di “compressore” sul palco (si riferiva al rumore disturbante che sentiva…) è stata grande, ma dubito che una certa parte del pubblico presente (assimilabile più alla categoria degli zombie che a quella degli esseri umani…) l’abbia recepita nella maniera giusta. Preferisco però rimandare a dopo la descrizione di questa fetta di audience e collegarla all’esibizione degli headliners, perché per fortuna i Dope avevano anche un nutrito gruppo di sostenitori che li ha acclamati nonostante la tragicità della situazione. Che dire, spero di poterli rivedere in ben altre condizioni, e sono sicura che capiterà presto perché credo che nella loro carriera il meglio debba ancora venire…

Kirlian Camera

Kirlian Camera all'International Orkus Festival di Milano, Foto di Grendel

[C] L’obbiettività del sottoscritto è relativa quando si parla dei Kirlian Camera, ma la performance di Bergamini & co. è stata certamente una delle loro migliori tra le innumerevoli da me viste ed anche i diversi pareri che ho raccolto condividono il mio lusinghiero giudizio. Formazione a quattro: Angelo Bergamini, Elena Fossi, Andrea Savelli e Sarah Crespi, con quest’ultima ad alternarsi tra synths e violino; ho apprezzato molto l’uso di questo strumento (pur non essendo una novità assoluta, visto che già nel concerto tenuto dai Kirlian Camera in questo stesso locale a Pasqua la Crespi faceva parte della line-up) che regala nuove sfaccettature ai brani in cui viene impiegato. Scaletta ben bilanciata tra grandi classici, al solito proposti dal vivo in versioni diverse a quelle su disco (“In the endless rain”, “Erinnerung”, “Heldenplatz”, “Edges” ed “Eclipse”), successi più recenti (“Coroner’s Sun”, “K-Pax” e “Illegal apology of crime”) ed, a sorpresa, una strepitosa cover di “Comfortably numbs” dei Pink Floyd! Un’esibizione perfetta, arricchita dalla proiezione di videoclips, con Elena Fossi al solito in primo piano, tanto per le sue eccellenti doti di vocalist e front-woman, quanto per la sua carica di sensualità. Un concerto assolutamente superbo, che alla fine si rivelerà anche il migliore della serata, per una band che continua ad essere motivo d’orgoglio per la derelitta “scena” italiana.

[G]London After Midnight mancavano dall’Italia dal giugno 1996, quando si esibirono a Modena in occasione del tour di Psycho magnet, tuttavia il pubblico che li ha accolti in quel del Music Drome non ha partecipato nel modo in cui mi aspettavo, specie dal punto di vista emotivo. Senza girarci tanto intorno, si potrebbe dire che molti dei presenti erano i classici “poseurs”, cioè coloro che presenziano ad un evento più perché fa “figo” che per una reale passione nei confronti delle band. E’ poi il caso di stendere un velo pietoso sulle orribili groupies che affollavano le prime file, ovvero la dimostrazione fatta persona di quanto l’insicurezza di una donna possa essere deleteria in certi casi (ho perfino assistito in prima persona a un litigio tra alcune di queste e dei ragazzi che, per colpa loro, non riuscivano a vedersi in pace il concerto!). Riguardo al gruppo ci sono invece diverse considerazioni da fare, a partire da quella (ovvia) che un trio è svantaggiato rispetto a una formazione composta da almeno quattro o cinque elementi. Sean Brennan (voce e chitarra), Randy Mathias (basso) e Joe S. (batteria) non sono male come musicisti, ma di sicuro non hanno l’affiatamento e il tiro necessario per rendere i loro show indimenticabili. Guardandoli si ha l’impressione che la sezione ritmica sia una parte a sé stante, difatti bassista e drummer vivono l’esibizione nel modo tipicamente “rockettaro”, muovendosi molto e spendendo un sacco di energie, mentre il frontman sembra stare su un altro pianeta e fa giusto quei due o tre passi che gli evitano di sembrare un manichino.

Non è chiaro a cosa fosse dovuta questa staticità, se alla stanchezza o magari al fatto che l’atmosfera creatasi non era granché, fatto sta che Brennan è sembrato apatico, intimidito e distaccato, tutte caratteristiche che mal si addicono a uno che propone brani fortemente connotati come i suoi. I nuovi “America’s a fucking disease”, “Republic” o “Feeling fascist?”, ad esempio, necessiterebbero di essere interpretati con grinta, mentre per gli storici “Shatter”, “Your best nightmare”, “Kiss” e altri ancora l’approccio dovrebbe essere diverso, ma l’impressione è che il bel Sean non faccia alcuna distinzione e canti tutto alla stessa maniera, anche perché ha il terrore di sbagliare qualche accordo e preferisce concentrarsi sulla sua chitarra piuttosto che sul resto. Insomma, se avesse avuto un po’ meno paura e fosse stato più rilassato le cose sarebbero andate meglio, ma per fortuna il livello della sua performance non è mai sceso sotto la sufficienza, e anche quando ha preso qualche stecca è riuscito a rimediare abbastanza bene, evitando di combinare disastri. Riguardo la scaletta c’è da notare che la band ha suonato parecchi dei brani più famosi (la chiusura dello show, come da copione, è stata affidata alla celeberrima “Sacrifice”…), ma ha anche dato ampio spazio alle canzoni del nuovissimo Violent acts of beauty, peraltro accolte molto bene da quella fetta di pubblico che era lì perché davvero interessata alla musica. Insomma, sarebbe impossibile definirlo un concerto entusiasmante, ma in generale non si può parlare di delusione, visto che qualche momento significativo c’è stato e che ascoltare certe vecchie canzoni dei LAM dal vivo è pur sempre una bella soddisfazione.

Volendo tirare le somme del festival si può dire che, nonostante tutto, è stato positivo poter vedere in Italia una band del calibro dei London After Midnight, e che l’ottima performance dei Kirlian Camera ha notevolmente contribuito a risollevare le sorti di una serata che non era iniziata nel migliore dei modi, ma per fortuna è terminata abbastanza bene. La speranza è che eventi di questo tipo siano sempre meno sporadici, ma perché ciò avvenga è necessario che il pubblico cambi un po’ mentalità, altrimenti la vedo proprio dura…

Candyman & Grendel

London After Midnight

London After Midnight all'International Orkus Festival di Milano, Foto di Grendel

Links:

Lola Angst @ MySpace

Dope Stars Inc. @ MySpace

Kirlian Camera: sito ufficiale

Kirlian Camera @ MySpace

London After Midnight: sito ufficiale

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