Threshold: The ravages of time

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Ver Sacrum Li ho visti nascere (“Wounded land”, anno 1993), crescere (“Psychedelicatessen” ed “Extinct instinct”), maturare (“Clone”, “Hypothetical”, “Critical mass”), diventare definitivamente adulti (il live “Critical energy” e “Subsurface”), ed infine accedere a quel ristretto club di nomi pesanti in ambito non più esclusivamente underground (“Dead reckoning”). I Threshold sono la più importante ed influente prog-metal band britannica, una volta tanto, la notoriamente sciovinista stampa musicale d’Albione ha pienamente ragione. Gruppo fondamentale per meglio definire lo sviluppo del genere, nel corso degli anni ha subito mutamenti di formazione, ha affrontato a viso duro lo scetticismo dei critici, nei confronti di certe loro uscite dimostratisi, a posteriori, perlomeno miopi, ed ha saputo uscirne vincitore. Di più, trionfatore. Merito di un nucleo affiatatissimo e talentuoso, costituito dalla terna Karl Groom (già titolare della sei corde negli Shadowland, con Clive Nolan e lo skin-beater Nick Harradence, dietro le pelli su “Livedelica”, e noto produttore di insiemi legati alla scena new-prog), Richard West e Mick Midson (che recentemente ha lasciato la band, anche se parrebbe solo per prendersi un break dopo tanti anni trascorsi fra studio e trournée). “The ravages of time” celebra un’epopea di successi, ma pure di difficoltà superate dalla incredibile coesione e determinatezza dei suoi protagonisti. Come i cambi di vocalist, figura centrale di qualsisia rock-band che si rispetti. Prima Damian Wilson, che col suo stile teatrale ha segnato WL ed EI, colla parentesi di Glynn Morgan ai microfoni su “Psychedelicatessen”, fino alla venuta dell’allora sottovalutato, rivelatosi poi decisivo, Andrew “Mac” McDermott. Un combo che dispone di tecnica, ma non ne abusa, che col solido Joanne James ha trovato un motore ritmico infaticabile, anche grazie all’indispensabile supporto del solidissimo bassista Steve Anderson. Prog-metal, si, ma distante dalle esibizioni muscolari di sapienza pentagrammatica che contraddistinguono gli indiscussi dei del genere, gli americani Dream Theater, aperto a soluzioni cupe e darkeggianti, al limite del gothic. Un melange coraggioso, come dimostra l’inserimento delle growls di quel folle genio di Dan Swano, guest sull’ultimo DR (che nella sua esclusiva versione digi contiene la cover de luxe di “Supermassive black hole” dei Muse, indizio dell’apertura mentale dei Threshold e della loro grande attenzione e curiosità nei confronti di generi distanti stilisticamente dal loro). Questa opportuna compilazione segna il definitivo passaggio dalla attiva InsideOut (che li prelevò dalla collegata GEP degli IQ, che ne sostenne i primi passi) alla ormai quasi-major, almeno nella struttura, Nuclear Blast. Una pura e semplice operazione commerciale? Nossignori, il riassunto di un percorso difficile, oneroso, ma infine vittorioso. Riascoltare la voce di Wilson su “Eat the Unicorn”, le chitarre obscure di “Fragmentation” e “Phenomenon”, la classe pura di “The latent gene”, la rabbia di “Slipstream” costituisce una esperienza irrinunziabile per tutti coloro che amano la buona musica. Venti brani, la scelta sarà stata dolorosa, quattro sono radio edit (come la inedita “Pressure”), per quello che davvero è il “Britain’s premier prog metal group”, come, non senza commossa enfasi, ha scritto Trevor Raggatt nella bio introduttiva. Certo, a chi questa musica non piace, potrà risultare di difficile assimilazione. Ma, credetemi, non vi sono scuse ulteriori che possano giustificare l’assenza di TRoT in ogni discoteca che si rispetti.

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