Der Blutharsch: The Philosopher's Stone

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Ver Sacrum In caduta libera. Come definire altrimenti il nuovo corso musicale intrapreso da Albin Julius? Messe da parte le influenze industriali, l’austriaco imbraccia la chitarra e, con un po’ di gel sui capelli, si crede una rockstar. La prima traccia chiarisce subito il punto della situazione: percussioni mai così sottotono, chitarrone spianate, atmosfera da rock psichedelico di bassa lega. La seconda traccia prosegue sulla stessa linea. Il brano è puro Der Blutharsch, ma senza più campionamenti, ora basta la chitarra distorta, effetto che però non si sposa bene con certe sonorità. Al terzo brano il disastro è totale. Vocione gutturale, chitarra acustica sullo sfondo, qualche effetto sonoro, tastiera e chitarra elettrica a dettare la linea. Per non parlare dell’attacco del quarto brano, roba che neanche gli ZZ Top più beceri osano più fare. E il quinto brano? All’apparenza sembra un Jesus & Mary Chain dei poveri, con giusto venti anni di ritardo, poi purtroppo dopo qualche secondo attacca il cantato. Mai ho apprezzato il fast forward come oggi. L’apoteosi giunge con l’ultima, l’ottava traccia del disco. L’inizio è da brividi, è il pensiero che duri quasi ventidue minuti desta non poca preoccupazione nel sottoscritto. Per fortuna il brano finisce presto, e dopo una breve pausa siamo salvati da dieci minuti buoni di riempitivi messi lì per allungare il brodo. Qualcuno dovrebbe spiegare a Albin Julius che va bene puntare al rock ‘n roll, ma diventa tutto molto complicato se non si hanno le capacità per farlo. Visti i risultati, forse è il caso di lasciare la psichedelia ai Sun City Girls e il rock ‘n roll a Billy Childish e tornare a frequentare altri lidi.

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