Oblivio: Dreams are distant memories

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Ver Sacrum Ancora un gruppo romano, ancora Giuseppe Orlando (The Outer Sound Studios, e Carmelo presta la sua voce in “Distant memories”) alla produzione. Ormai s’è affermata una vera e propria corrente musicale, le coordinate della quale si possono identificare nei due punti nevralgici citati, e che trova nei Novembre un comune punto di partenza. Oblivio sono un insieme ancora giuovine, contando prima di questo disco un solo demo (“Songs for unforgettable suffering” del 2005), ma che muove i suoi passi con una certa padronanza, pur non distanziandosi dai modelli presi a riferimento. Dall’aura di pacata melanconia aleggiante sull’intiera opra si evince in fatti che i nostri sei musici abbiano dei gusti in comune, identificabili nella schiera di insiemi aderenti a quella vena decadente ed indugiante su paesaggi sonici soffusi ed emozionali che hanno fatte proprie le urgenze espressive della onorata wave ottantiana, aggiornata secondo gli stilemi dettati dal gothic-doom meno esasperato che trovò fortuna massima nel decennio trascorso. Come l’opener “Breeze of my heart” d’altronde evidenzia, e l’accenno di growling posto in apertura di “Overcome” ribadisce. Buona la prestazione del vocalist Massimo, la venuta del quale ha significato per Oblivio una vera e propria svolta nella carriera allor appena principiata, non una ugola indimenticabile la sua, non essendo nel contesto decisamente delineata, comunque adattissima al genere proposto dal combo capitolino, mentre la coppia di chitarristi Daniel/Mario svolge egregiamente il proprio compito, sostenuta dalla sezione ritmica offerta da Dario al basso e da Emiliano alla batteria. Decisivo l’apporto delle keys di Adriano, dinamiche portatrici di sfumature egregie, esaltanti vieppiù la prestazione corale del gruppo (coll’apporto del violino di Livia Foglietti e delle female-vocals di Francesca Iacorossi). Una manciata di canzoni (nove ne contiamo in totale) che, ne sono certo, pasceranno gli animi più inclini alla cogitazione, di coloro che un ciddì l’ascoltano coll’attenzione che si riserva alle esperienze particolari, che si vogliono ricordare a lungo, fra le quali vi sono diversi episodi da evidenziare, come il cantato in lingua italiana della maestosa “No sense of me”, o la bella sequenza strumentale di “The last illusion”; “Same sequence” richiama i Katatonia (che sia un pezzo di vecchia data?), “Distant memories”, in madrelingua, esplode poi in una epifania di emozioni. Al solito, curatissimo ilbooklet, un vero e proprio marchio di fabbrica della capace label dell’amico Francesco, degno di una major! Nulla in fatti al caso va abbandonato, e questo alla indomita My Kingdom Music lo sanno benissimo. Applausi, s.v.p.!

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