Ver Sacrum Immaginatevi la scena: è inverno, fa freddissimo e voi state tornando a casa dopo l’ennesima serata che prometteva bene e invece è andata a finire peggio di quanto immaginavate. Siete stanchi e anche un po’ abbattuti, il paesaggio che vi circonda è di quelli da film horror, con tanto di nebbia sospesa su campi incolti circondati da boscaglia, e in giro non c’è praticamente nessuno perché è mattino presto. Per rimanere svegli non sapete proprio che fare, e allora andate alla ricerca di un cd adatto alla situazione. Trovate Final movement dei Thorofon e pensate “Questo potrebbe fare al caso mio…”, quindi premete play e ascoltate. All’inizio fa l’effetto di una doccia gelata, ma dopo un po’ vi abituate e vi lasciate totalmente avvolgere dal suo sound, apprezzandone la ripetitività straniante e la convincente semplicità, e vi rendete conto che in un momento o contesto diverso l’avreste forse compreso più difficilmente. In poche parole questo disco del gruppo tedesco, uscito per la prima volta nel 2002, è uno di quei lavori “estremi ma non troppo”, e nonostante proponga sonorità vicine a certo power electronics può essere “tollerato” anche da chi non ha grande familiarità con l’industrial e con i suoi numerosi sottogeneri. Tutto ciò è dovuto in particolare ad alcuni fattori, vedi ad esempio l’utilizzo delle vocals (più nello specifico si può parlare di versi declamati, o per meglio dire urlati…) e la struttura dei brani, costituita da stratificazioni varie e da elementi volti a creare disturbo, ma che in realtà non fanno che sottolineare la geometrica linearità di tutte le composizioni di Anton Knilpert e Genevieve Pasquier. Chi invece conosce bene la band, e rientra nella categoria dei “collezionisti incalliti”, gradirà sapere che questa re-issue è corredata di booklet contenente i testi di tutte le canzoni, e che oltre alle tracce incluse nella prima edizione dell’album troverà anche i pezzi del rarissimo 10″ Bloodheat e il brano “Sexaspastik”, già apparso nella compilation Weak meat.