Worship: Dooom

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Ver Sacrum I tedeschi Worship, portano con sé una fama degna del funeral doom che suonano. I loro silenzio è durato sette anni, da quando – dopo l’uscita del loro primo full lenght Last CD Before Doomsday – uno dei membri s’è tolto la vita gettandosi da un ponte e il titolo dell’album pareva dovesse essere profetico. Poi, The Doommonger, la mente del gruppo (vocalist, compositore, chitarrista, bassista e percussionista all’occasione), ha risvegliato la creatura e ha prodotto questo Dooom, raccogliendo il materiale pronto già a inizio di millennio, solo ritoccandolo e arricchendolo il giusto in fase di mixaggio. Ed è nato, davvero, un bellissimo lavoro. Dooom, è, al primo ascolto, oltre 70 minuti spartiti in otto brani di funeral doom granitico, potente, spiraliforme ed implacabile, senza nessuna concessione ad alleggerimenti ruffiani o a ricami tastieristici a là page, con il cantato caratterizzato da un growling profondo, doloroso e tellurico. Ma poi, al riascolto, la creatura appare meno monolitica di quanto ti sembrava, e la sua superficie nera si dimostra assai cangiante, percorsa da misteriosi brividi e sussulti. E allora “Endzeit Elegy” appare una sorta di biglietto da visita, una specie di intro rallentato e funereo, guidato dalla cadenza di una campana a morto (ecco, la campana, si insinua prima conformando il ritmo e poi rivelandosi nella sua realtà), ed il growling è capace di finezze “recitative” davvero notevoli. “All I Ever Knew Lie Dead” sembra quasi prolungare il brano che la precede, ma poi la chitarra apre spazi eterei e lisergici, con ricami minimalisti e, quasi paradossalmente, il growling di The Doommonger assume toni “intimistici”. E fa capolino la melodia. Dopo, “The Altar And The Choir Of The Moonkult”, inizia con ostici tocchi di basso, al limite della dissonanza, per poi avviarsi verso orizzonti epici e malinconici, molto lirici, non immuni da tocchi psichedelici e ambientali. Inaspettata, “Graveyard Horizon”, ci offre sperimentali momenti acustici (quasi neofolk), con le vocals pulite e calde, che si intrecciano ad altri momenti più pesanti e trattenuti, per volare – in un crescendo che non perdona – verso un finale monumentale. Anche la successiva “Zorn A Rust-Red Scythe”, parte degli stessi territori e sviluppa in un brano dal suono complesso e corposo, acido e mastodontico, davvero emozionante. “Devided”, poi, pare messa lì a ricordarci, che – in fondo – gli Worship suonano Doom Metal, raffinato e complesso, ma pur sempre Doom, senza se e senza ma. E stesso scopo assolve “Mirror Of Sorrow”, cover dal primo album dei Solitude Aeternus, fra i padri del genere. Infine, chiude il Rito la lunga “I Am The End – Crucifixion Part II”, che pare riassumere in sé tutte le caratteristiche di questo Dooom: oscurità, malinconia, potenza, sfuggevoli melodie e richiami ambient qui incarnati dalle note di piano che chiudono in brano. Inoltre, bellissimo l’artwork in digipack apribile a dieci facce: guardarlo e toccarlo mentre il dischetto viaggia su lettore, completerà l’ascolto.

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