Avenged Sevenfold: Avenged sevenfold

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Ver Sacrum A due anni dall’uscita del buon City of evil, i cinque di Huntington Beach (California) si ripresentano con un lavoro sorprendentemente compatto ed eclettico, che spazza via ogni residuo legame con il loro passato metalcore. Finora non ho ben capito che tipi siano questi musicisti dagli improbabili nomi collegati a tematiche religiose (M. Shadows, Synyster Gates, Zacky Vengeance, The Rev e Johnny Christ!), e non so neanche se stiano lanciando un nuovo trend, fatto sta che l’ultimo album è una gran figata, una di quelle cose che al primo ascolto ti spiazzano e successivamente ti conquistano in pieno, facendoti pure riflettere sul fatto che non sempre il mix “make-up/taglio di capelli asimmetrico/maglioncino con teschietti” è sinonimo di gruppo modaiolo che non ha niente di meglio da offrire di un look curato! Ma partiamo dall’inizio, e cioè dalla canzone “Critical acclaim”: ad aprirla c’è addirittura il suono di un organo, subito seguito da riffoni ultraheavy uniti a vocals che definire varie sarebbe alquanto riduttivo, visto che il singer M. Shadows è uno che riesce a fare più o meno tutto, dallo stile nu metal ai growls passando per i virtuosismi alla Jorn Lande. Ovvio che la sua performance, a dir poco impressionante, influenza l’andamento dell’intero disco, ma è bene sottolineare che la componente musicale non è a servizio del talentuoso cantante ed è essa stessa improntata sul dinamismo e sulla versatilità. Benché tutti i brani siano “heavy fino al midollo”, gli Avenged Sevenfold sono riusciti a dare un’interpretazione personale di certi topoi del metal, evitando il pericolo di risultare pacchiani o ripetitivi: un pezzo come “Afterlife”, ad esempio, è pieno zeppo di citazioni (chi ha detto Iron Maiden o Metallica?), ma appare attuale perché ad esse abbina le cose più bizzarre, vedi ad esempio gli archi (che fanno tanto Apocalyptica…), le parti quasi pop/melodiche o le “solite” vocals che sembrano appartenere ad uno affetto da disturbo di personalità multipla. Non dimentichiamoci poi di episodi come “Unbound” (chiaro omaggio in chiave moderna al genio di Malmsteen) o “A little piece of heaven”, track che sembra tratta direttamente da un musical e che, per certi versi, rimanda a quanto fatto di recente dai My Chemical Romance, anche se ho l’impressione che l’approccio degli A7X sia un bel po’ più ironico di quello della formazione di The black parade. Insomma, a prima vista può sembrare che il quintetto sia solo un abile creatore di patchwork sonori, ma dopo un più attento esame si realizza che il processo di rielaborazione messo in atto è così complesso da fugare ogni dubbio sulle capacità di questi bellocci ipertatuati, ormai pronti ad entrare nell’olimpo delle più stimate metal band di nuova generazione.

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