Fallen Tears: Faith

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Ver Sacrum “Faith” è il terzo vagito d’una discografia oggidì sterminata, quella dei veterani Cure, gruppo divenuto oggetto dell’isteria di legioni di giuovanissime fan, ed in questo il tempo non pare certo trascorso, da quei lontani giorni. Era il 1981 allorquando le melancoliche “The holy hour”, “The funeral party” e “The drowning man” scossero i petti ansanti dei loro tenaci supporter, e le tinte crepuscolari che già caratterizzavano il predecessore “Seventeen seconds” (e “Primary” seguiva decisamente il solco tracciato dall’immortale “A forest”), s’ispessirono, forse anche a causa della morte della madre del batterista Laurence “Lol” Tolhurst. Vicende ovviamente note ai lettori di Ver Sacrum, ma che volete farci, il nostalgico Hadrianus non poteva certo lasciarsi scappare l’opportunità di riverniciare il passato… Ora quelle atmosfere decadenti e grigie vengono riprese per intiero dai Fallen Tears, audace terzetto attivo dal 1999 ed autore di un disco palesemente influenzato dalla wave ottantiana e ricco di riverberi shoegaziani, “The drowned world”, alcune canzoni del quale raggiunsero la top-ten di mp3.com (“Dark again” – titolo manifesto? – vinse un goth-rock-award patrocinato da un altro sito, del quale non ho trovato traccia nell’altrimenti esaustiva discografia). Ora, non è la prima volta che un ellepì viene ri-suonato nella sua complessa totalità, o dal gruppo che l’ha partorito o da qualche improvvisata all-star-band accomunata da comune passione per la materia trattata. Nel caso di “Faith” versione-Fallen Tears ci troviamo dinanzi ad una opera intelligente e ben congegnata, che piacerà, ne sono certo, a coloro che di “Faith” e dei Cure sono innamorati. La voce di Elio Isaia non cede alla facile tentazione della fredda imitazione, interpretando questi classici del dark-sound con sufficiente disinvoltura, Giorgio Bormida si rivela bassista solido ed a suo agio nel ruolo che fu di Michael Dempsey e di Simon Gallup, Jean Paul Braghin (che come Architet’s Eye ha già dato alla luce due dischi , “Decline” del 2002 e “Motel architecture” del 2005, editi da Darkcell Digital Music) è il vero tuttofare, suonando chitarre, basso, batteria e piano, oltre ad occuparsi della grafica. Così “Primary”, “Other voices”, “Faith” e le altre cinque obscure perle infilate nella track-list vengono competentemente rilette ed aggiornate, al punto d’apparir assolutamente attuali, senza che il loro primigenio fascino venga per questo menomamente scalfito. Tant’è che non ho dovuto fronteggiare la tentazione, perchè non s’è nemmeno palesata, d’andar a prelevare dallo scaffale dei classici l’originale, non avrebbe avuto senso paragonarlo alla sua recente riedizione dei FT! Segno che i nostri tre musici hanno centrato il loro obiettivo: rendere “Faith” come se fosse suonato dai Liars, prodotto da Trent Reznor e remixato dai My Bloody Valentine!

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