Ginger Leigh and the Hallucinations: Ginger Leigh and the Hallucinations

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Ver Sacrum Il nome di Ginger Leigh è del tutto nuovo alle mie orecchie, malgrado questo sia il suo ottavo lavoro che, come i precedenti, credo sia autoprodotto: il promo in mio possesso è arrivato corredato di una copertina trasparente con stampati i titoli dei brani (nemmeno di tutti, a dire il vero: ne vengono indicati solo dieci sui diciassette presenti) e privo di notizie aggiuntive. Descrivere la musica contenuta nel dischetto non è assolutamente opera semplice, data la sua notevolissima varietà; l’incipit, intitolato “Al-Ironman” è affidato al riff di “Ironman” dei Black Sabbath su cui Ginger Leigh aggiunge distorsioni di vario genere; segue “Heaven’s eye”, una sorta di breve raga psichedelico il cui sfondo può, molto vagamente, ricordare l’idea alla base di “Where the long shadows fall” dei Current 93. Segue “Get it right”, basato su un una chitarra dal suono funky su cui si stratificano apparenti field recordings e voci campionate. “I’d rather want to see” si spinge decisamente più verso oriente, con le tablas e il sitar accompagnati da una chitarra elettrica distorta e suoni sintetizzati. In “Bright lights” fa la sua comparsa il country che scompare dietro un muro di suono distorto, seguito dal carosello (a sua volta destinato a sparire in un’esplosione seguita da suoni non ben definiti) che introduce “The cripple and the mime”. L’inizio di “Fisherman’s hook” potrebbe essere un outtake della colonna sonora di Twin Peaks che, ancora una volta, scompare sotto un’eruzione vulcanica per poi ricomparire nel finale. In “Walk with me” ci si avvicina ai territori musicali messicani, “The day the birds stopped singing” rappresenta un intermezzo più ritmato e “Uzbek77” chiude i dieci brani dotati di titolo con un riferimento alla musica dell’area a cavallo tra Europa e Asia. Direi che posso fermarmi qui: si sarà capito che il dischetto in oggetto ha dalla sua un’indubbia originalità, legata, però, più alla completa mancanza di una “linea” che alla capacità compositive dell’autore. Mi riesce veramente difficile dare una valutazione d’insieme, sia perché il suono nel complesso è piuttosto lontano dai miei ascolti usuali sia, soprattutto, perché è apparentemente privo di qualsiasi filo logico: probabilmente molti potrebbero trovare qualche brano interessante tra quelli qui proposti, difficilmente si troverà qualcuno a cui piacciono tutti. Un disco, per me, piuttosto indigesto.

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