Radiohead: In rainbows

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Ver Sacrum Dopo l’uscita dell’acclamato Hail to the thief (2003) e dell’Ep Com lag (2004), i Radiohead si sono trovati liberi da impegni con la loro etichetta (il contratto con la EMI prevedeva infatti la pubblicazione di sei dischi, ma non è mai stato rinnovato…) e hanno scelto di andare avanti da soli, in una sorta di autogestione che ha creato grande clamore e notevole interesse da parte dell’ambiente musicale alternativo e non. La gestazione di In rainbows è stata lunga e abbastanza complicata (le recording sessions, iniziate nel febbraio 2005, sono terminate praticamente due anni più tardi, ed hanno visto l’avvicendarsi di due produttori, ovvero Mark Stent, con il quale la band non si è trovata a suo agio, e il veterano Nigel Godrich, che ha sostituito il primo a partire dal settembre 2006), ma una volta terminata la lavorazione Thom Yorke e compagni hanno deciso di compiere un passo a dir poco epocale, quello cioè di rendere disponibile la release (per lo meno in un primo momento…) soltanto attraverso Internet. Il fatto curioso è che dal 10 ottobre 2007 i fan del gruppo hanno potuto scaricare la versione digitale del cd scegliendo loro stessi l’importo da versare in cambio, ma ancora non è dato sapere con certezza quale sia stata la cifra media elargita, e in quanti abbiano effettivamente pagato. Dal 3 dicembre, invece, è stato possibile acquistare (tramite il sito della band) il cosiddetto “discbox”, un cofanetto contenente In rainbows in versione cd, un bonus album e due vinili, e tra la fine dello stesso mese e il primo gennaio 2008 l’indipendente XL Recordings e altre etichette hanno pubblicato il nuovo lavoro in tutto il mondo. Ovvio che sono davvero poche le formazioni che possono permettersi una cosa del genere, ma del resto i cinque dell’Oxfordshire sono sempre stati dei personaggi speciali. La loro musica sensuale e raffinata, fin dagli esordi, è riuscita ad arrivare al cuore di tante persone, e a tutt’oggi è fonte di ispirazione per moltissimi, basti pensare a quanti gruppi ne sono stati influenzati. C’è qualcosa di magico e talvolta inspiegabile in ciò che fanno i Radiohead, e i nuovi brani ne sono una prova: la loro leggerezza e impalpabilità li rende sfuggenti ma bellissimi, languidi ma allo stesso tempo estremamente efficaci. La voce di Yorke è commovente come quella di pochi altri e le delicate tessiture sonore che vi si sovrappongono (nelle quali la componente elettronica conta molto ma non è predominante…) la esaltano in particolar modo, creando con essa un unicum fluttuante e policromatico. Difficile non lasciarsi ammaliare dalla dolcezza disarmante di “Nude”, dall’intensità di “Bodysnatchers”, dalla struttura in crescendo di “All I need”, dalle tinte pastello di “Faust arp” o dal carattere volubile di “Jigsaw falling into place”, ma ancora più difficile è smettere di sentire l’album una volta che ci si è “entrati dentro” e lo si è compreso appieno, cosa che in realtà richiede parecchio tempo e dedizione ma della quale diventa poi impossibile pentirsi! Ascolto obbligato per i tuttologi e per coloro che amano la buona musica che non ha bisogno di classificazioni.

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