Midnight Reign: Never Look Back

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Ver Sacrum Dalla feconda California ecco giungere i Midnight Reign, consigliatimi dall’amico Skully dei Seasons of the Wolf, coi quali condividono la comune passione per atmosphere introverse e darkeggianti. Più che di vero e proprio gruppo, trattasi piuttosto del solo-project dell’umbratile e geniale Joseph Michael, i quale si fa accompagnare dalla scosciata violinista Alma Cielo (vantante studi classici compiuti nelle prestigiose aule della Yale University), dall’enigmatica violoncellista Starla Baker (la quale suona uno strumento chiamato Stacia, dalle origini nebulose) ed infine dal duttile batterista Adam Gust (dal vivo sono supportati dal basso di Mark Dayton e dalle chitarre di Paul Sternquist). A dir poco spiazzante può definirsi l’opener “666 (is my area code)”, squassata letteralmente da violenti spunti death-metal che fanno impallidire “Zoon” dei Nefilim, mentre marcatamente rockeggiante è “The Hollywood Rx” (con un cantato vagamente mansoniano), la quale meglio definisce lo stile di Michael (che oltre a suonare un imprecisato numero di chitarre acustiche ed elettriche, fa uso dichiarato di “recreational drugs” e del “system”). “Breathe on me…” (dal quasi impercettibile outro pianistico dell’ospite Angela Jasmine) vanta un assunto chitarristico molto americaneggiante, ed è brano d’atmosfera che potrebbe fungere da perfetto singolo, offrendo una personale versione di certo rock vizioso assai in voga da quelle parti nella seconda metà dei dorati eighties (gli Skid Row virati seppia?), mentre nell’acustica “The mourning after..” fanno capolino pure i Poison (non scherzo, ascoltatela!), ed il risultato è assolutamente stupefacente! “Far away” si distende lungo otto minuti ed oltre, senza che l’attenzione dell’ascoltatore possa mai concedersi una pausa (sempre pronti alla sorpresa, con Michael), e conferma la positiva attitudine alla composizione di songs mai banali del main-man dei Midnight Reign. “XXX (playground)” e rock’n’roll oscuro, viziosetto ed ammiccante, e concede libero sfogo all’ego spropositato del nostro (che oltre a comporre tutte le canzoni è pure il produttore, in team con Brian Boland, di Never look back), “Kiss the flames” si risolve in un ferale cadenzato, “Goodbye…” è un lento epicheggiante e sofferto che rilegge il metal più tradizionale (qui la voce è un tantino forzata), “The last song” è la penultima (!) della track-list, e s’adagia su d’un soffuso tappeto melodico (molto sentita è l’interpretazione del singer, degna di una “last song”, appunto…), si chiude col bel rock moderno (che però affonda le sue radici nel passato) della title-track, positivo esempio di pezzo completo ed anthemico al punto giusto, adatto ad essere urlato dal vivo da torme di omaggianti fan. Devo annotare che, in mezzo a cotante schitarrate, Starla ed Alma non è che poi si impegnino molto, a parte i pezzi più tranquilli… Comunque, grazie Skully dell’ottima dritta, son in debito…

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