Bauhaus: Go Away White

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Ver Sacrum A 25 anni di distanza da quel Burning From The Inside che, come già il titolo lasciava presagire, avrebbe segnato la fine di una leggenda del “gothic” come i Bauhaus, il gruppo inglese pubblica Go Away White, disco che, dopo i due reunion-tour intrapresi nel 1998 e nel 2006, dovrebbe sancire in maniera definitiva la loro uscita di scena, consegnandoli alla storia. Ovviamente la notizia che Murphy & co. avrebbero pubblicato un nuovo disco ha dato il via a commenti e discussioni; in molti dei vecchi fans c’è curiosità, in altri scetticismo, altri addirittura hanno già bollato il nuovo disco (magari senza averlo ascoltato) come una porcheria o, nel migliore dei casi, una cosa che non si doveva fare. Forse è vero, che dopo così tanti anni di silenzio, era meglio lasciare di sé il ricordo del passato, di certo dal pubblicare un nuovo disco i Bauhaus hanno solo da perderci e quindi, fosse anche solo per questo coraggio, ritengo che sia giusto concedere una chance a Go Away White prima di liquidarlo in qualunque modo. Credo sia fuori strada chi pensa ad una mossa commerciale in tempi di vacche magre per la vendita dei dischi… e se anche fosse, visto che non stiamo parlando di un ente benefico, non vedo cosa vi sarebbe di male; è inoltre a mio avviso giusto ricordare che le schiere di scettici erano nutrite anche alla vigilia dei sopracitati “reunion-tour”, che poi invece si rivelarono dei veri e propri trionfi (con “sold out” praticamente ovunque), mostrando una band in gran forma, ancora dotata di un carisma, classe ed energia che tanti altri “sbarbati” non hanno e mai avranno. Mi si dirà che un conto è mettere in scena un glorioso e collaudato repertorio, un altro comporre un nuovo disco. Vero. Cosa attendersi quindi da Go Away White? Era giusto farlo o era meglio lasciare di sé il ricordo della vecchia discografia? La domanda è probabilmente destinata a non avere risposta anche se forse vedrà prevalere la fazione della seconda ipotesi. Il modo migliore di approcciarsi al nuovo disco è, a mio avviso, quello di scordarsi il passato o quanto meno, non fare raffronti tra Go Away White e In The Flat Field, Mask, ecc… Fatto questo, si può (forse) apprezzare un disco in cui il marchio di fabbrica Bauhaus è sempre ben evidente (alcune peculiarità, come la voce di Peter Murphy e la chitarra di Daniel Ash rimangono inconfondibili), pur con le inevitabili differenze che 25 anni di silenzio non potevano non comportare. Go Away White è contraddistinto da una pura matrice rock esplicita sin dalle iniziali “Too much 21st Century” e “Adrenalin”; altrettante “rockettare”, ma con gli inconfondibili tratti del sound dei Bauhaus sono “Endless summer of the damned” e “International bullet proof talent”. “Saved” si apre con il sax che ha caratterizzato tanti pezzi del passato, per poi affidarsi quasi totalmente alla voce di Peter (forse un minutaggio ridotto avrebbe giovato al pezzo); “Undone” è tanto “vecchio stile” ed in certi passaggi fa riemergere l’ombra di David Bowie (idem per “Black Stone Heart”). “Mirror remains” è decisamente il pezzo piu’ dark dell’album ed ascoltandola si viene riproiettati nelle atmosfere di “Rosegarden funeral of sores”; “The Dog’s A Vapour” si apre come una lenta ballad oscura, sullo stile del Bowie piu’ malinconico, per poi evolversi in un claustrofobico vortice di voce, sax e percussioni; chiusura affidata a “Zikir”, minimale, ipnotica e francamente superflua. Il consuntivo finale è quello di un disco che non riesce quasi mai a convincere pienamente, dove qualche buona intuizione ed i graffianti tratti caratteristici del passato si alternano a passaggi a vuoto e momenti prolissi, Go Away White è comunque un lavoro onesto e dignitoso, ma come è ovvio, non sarà certo per questo disco che i Bauhaus verranno ricordati. E ora cali il sipario…

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