Demonika and the Darklings: Shelter

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Ver Sacrum Che dire di un gruppo che, con ostentata nonchalance, propone nello stesso disco una cover dei Ministry ed una della pop-star Justin Timberlake? Perbacco, miei cari lettori, questi sono Demonika and the Darklings, quattro artisti bohémien che in fatto di melting-pot musicale non temono confronti. Essendo americani, ed in barba ad un look volutamente tendente al freak, curano assai (da prendere ad esempio) la componente public-relations, accompagnando al ciddì una curata cartellina (in nero lucido, ovviamente) contenente bio, fotografie e biglietto da visita. Essi sono Devlyn (violino e theremin), Demonika (canto e liriche), Dv8 (basso e tastiere) ed infine DJ [email protected]@rd, che del gruppo è il batterista. Aggiungete ai nomi (?) il suffisso Darkly ed avrete per intieri i loro appellativi. Potrete acquistare Shelter su cdbaby.com, e se vi piacciono le contaminazioni il prodottino fa al caso vostro. Il suono è pulito, la grafica accattivante, con una bella fotografia effigiante un carro (quell’ispecie di case-mobili che ospitavano le famiglie degli artisti dei circhi prima dell’avvento dei motori) fermo nella penombra di una foresta, con due lampade a sparger un sinistro alone rossastro attorno (ma i suoi abitatori saranno ancora vivi? Boh, meglio non indagare…). I contenuti per un horror-b-movie ci sono tutti, e la musica offerta dal quartetto contribuisce ad accrescere l’effetto scenografico (l’artwork per inciso è firmato da John “Wee Wee” Napier, già con Nitzer Ebb fra gli altri). Voluto, ovviamente, tanto che i pezzi sono legati l’uno agli altri dall’intrigante connubio voce-violino, con la batteria presente, ma in secondo piano, ed un basso che s’insinua subdolamente sotto la pelle, come una lametta mossa con sadica precisione (esemplare al proposito la bella “Hecate”, “Preying Mantis” ricorda Siouxie). Eccezionale la perfo dell’inquietante Demonika nella ciondolante “New year’s rain” o nella citata, e personalizzata ad hoc, “Everyday is Halloween” (mi piacerebbe conoscere il commento al proposito di Al Jourgensen). Il ritmo è intenzionalmente ed ossessivamente lento, perché chi ascolta deve poter calarsi totalmente e naturalmente nel mood angosciante e melancolico dell’opera. E “Cry me a river”? Bellissima, annienta, senza stravolgerlo, l’originale, addirittura potrebbe ambire alla palma di miglior brano del lotto: v’avvolgerà letteralmente colla sua eroticissima carica sensuale, attenti a non lasciarvi strangolare, non c’è da fidarsi troppo di questi tipi! Senza schierarsi decisamente con questa o quella corrente, Shelter risulta genuinamente dark, meritando la giusta considerazione di coloro che in un disco ricercano spessore e qualità, non solo una oretta circa di svago.

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