Timecut: Timecut

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Ver Sacrum “Pianoloud” irrompe fra le pareti della mia stanza col suo nervosismo tooliano, ciminiere piantate nel cielo color cenere come dita ossute che s’aggrappano a qualcosa, qualunque cosa, pur di non scivolare nel vuoto. I Timecut dimostrano di possedere idee chiare, e di volerle sviluppare seguendo la via maestra tracciata da MJ Keenan e compagni, rileggendo il manuale dell’alterna non per farlo proprio in toto, bensì per trarne ispirazione, temi da sviluppare, immagini da descrivere. “The meat show” inquieta, ancor di più lo strumentismo obliquo di “‘bout you selfish”, questo disco dimostra già alla terza traccia di saper procedere da solo, senza ingombranti maestri che lo precedano, tenendolo per mano. “Idol on the cross” è cattiva, graffia, brucia, ma la melodia è sempre lì, pronta a frantumare il granitico impatto del pezzo, insinuandosi tra le crepe di questo, allargandole in “Incubo” fino a provocare la frantumazione della struttura, violentata da una ritmica straniante, sottolineata dalla bella voce di Bait e dall’esplosione della chitarra. APC, NIN sono i punti di riferimento, ma le coordinate impazziscono, subendo improvvise deviazioni impresse dalle mani sapienti del trio (“Doublethink revival”). Timecut fonde rock ed elettronica (“Watch me”), segnando una bella serie di punti a suo favore, Bait, Alle e Joba dimostrano coesione e sicurezza, questo è solo un passo di un percorso che sicuramente permetterà loro di ottenere le soddisfazioni che meritano.

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