Underøath: Lost in the sound of separation

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Ver Sacrum Il primo pensiero che viene in mente dopo aver ascoltato Lost in the sound of separation, ossia l’ennesima fatica dei floridiani Underøath, è che questi ultimi non saprebbero realizzare un brutto disco neanche se si mettessero d’impegno. Grazie al nuovo cd, infatti, il sestetto è destinato a diventare ancora più famoso e ancor più un punto di riferimento per tutti, non solo perché i brani sono fantastici ma perché dimostrano che anche i confini di un genere ben definito come il metalcore possono essere “allargati” se si smussano gli angoli giusti. La band di Spencer Chamberlain è unica e inimitabile come la musica che produce, ma la cosa più stupefacente è la facilità con cui questi ragazzi assemblano i loro intricatissimi pezzi, accostando sonorità potenti e aggressive a momenti decisamente più soft e lontani da qualsiasi cosa che possa essere etichettata come “metal” (vedi ad esempio le atmosfere rarefatte che caratterizzano buona parte di “Desolate earth: the end is here”). Davvero pazzesco il sound delle chitarre (solo gli Underøath riescono ad averlo così dissonante) e ottimo il lavoro svolto dall’ipertecnico drummer Aaron Gillespie, sicuramente uno dei migliori e dei più particolari del suo genere (basta ascoltare un brano a caso per notare di cosa è capace, ad ogni modo le circonvoluzioni che fa in “The only survivor was miraculously unharmed” o “Coming down is calming down” sono a dir poco impressionanti). Se a tutto ciò aggiungete che l’album regala emozioni in quantità e che è intenso come pochi riescono ad essere capirete come mai lo si può definire una delle migliori release del 2008 in campo estremo, e perché il suo attento ascolto andrebbe consigliato non solo ai fan del gruppo ma anche ai tanti aspiranti musicisti che ci sono in giro. Un capolavoro, punto e basta.

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