Christian Death

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Christian Death a Lucinico (GO) Foto di Hadrianus

I Christian Death “di Valor Kand” (necessaria precisazione…), nel bene come nel male, hanno inevitabilmente e profondamente penetrato la storia del goth rock, come aghi infetti la carne delle braccia d’un eroinomane, rendendosi partecipi di un suono imitatissimo e riconoscibile, permettendosi pure di commettere quei passi falsi che in una carriera quasi trentennale (anche se le origini sono state praticamente cancellate…) qualsiasi gruppo perpetra, ma che a molti non vengono perdonati. Il loro ultimo lavoro, American Inquisition, strutturalmente si è rivelato valido, almeno a giudizio di chi si firma, permettendo loro di rafforzare la stima che meritano. Ora, eviterò ovviamente di effettuare qualsisia operazione di ripasso o di re-make storico, non avrebbe senso, sappiate solo che, alla luce di quanto proposto al Pieffe Factory (venue minuscola che però si sta affermando come sede di esibizioni di qualità) di Lucinico (nei pressi di Gorizia), Valor e Maitri hanno saputo imporre ancora una volta la loro personalità debordante, rendendosi protagonisti di uno show ridotto all’essenza stessa del rock’n’roll, ove si bada alla sostanza più che all’orpello. A quanto cioè in passato era considerato parte inscindibile del processo creativo/esecutivo del combo statunitense. Ma questa, davvero, è tutta un’altra vicenda, ormai. Il passato non tornerà più, nessuno si illude, ma il presente ci riserva fortunatamente ancora piacevoli sorprese e, perchè no?, conferme.

Ad aprire la serata sono stati chiamati i validi All My Faith Lost… dei bravi Federico e Viola, autori di una serie di dischi apprezzatissimi pregni di atmosfere di grande gusto ed eleganza, forse non a loro agio in un simile contesto, trattandosi del Pieffe di un locale più adatto ad esibizioni muscolari e sanguigne. Comunque i loro pezzi (hanno inciso pure per la karmanika Cold Meat Industry, oltre che per la piccola ma attivissima Final Muzik dell’ovviamente presente amico Gianfranco Santoro), possiedono una tale grazia che non rimanerne rapiti significherebbe per lo meno essere insensibili alla loro fragile bellezza, oltre che ovviamente irriguardosi della bravura dei loro creatori.

Christian Death, ora. Confesso che l’esigue file dei convenuti mi hanno inizialmente intristito, temendo forse che Valor avesse potuto reagire negativamente. Ma è chiaro che il mio sentimento era quello del vecchio fan (permettetemelo…), e che non teneva conto della realtà oggettiva la quale nessuno, nemmeno il leader, più disconosce: non è la prima volta, non sarà l’ultima, i nostri ormai appartengono alla schiera dei gruppi di nicchia, ed è da considerarsi un pregio, attendersi folle oceaniche sarebbe assurdo. Meglio l’orgoglio (inteso nell’accezione positiva del verbo) di rimanere consapevolmente se stessi, che svendersi alle mode (a chi, poi? E con quali risultati?). Anche le passate frequentazioni con gente del calibro di Dani Filth, in fondo non hanno comportato granchè risultati, pur se vanno anche queste considerate nell’ottica di quella commistione (pur se con il consueto senso di ostentata superiorità) che a Valor è sempre piaciuta.

Eppoi alla base di tutto c’è il nuovo disco: con un anno di vita alle spalle, American Inquisition si è dimostrato certamente all’altezza della fama recente e passata dei C.D., risultando inoltre, lo ripeto, adattissimo alla dimensione-live. Anthemico, irriguardoso, potente senza scadere nel forzatamente metallico, il tredicesimo parto artistico dei nostri li ha rilanciati dopo sette lunghi anni di silenzio discografico.

Scrivevo sopra dell’essenzialità del rock’n’roll (ovviamente virato di nerissimo, perchè il trade-mark è inconfondibile!), rappresentata dal palco addobbato con un drappo bianco (con logo) levato alle spalle del drum-kit, e delle rose rosse (finte…) e veli candidi avvolti attorno alle aste dei microfoni. Saliti sul palco, sostenuti da un batterista (Nate Hassan) ed un chitarrista (Steve) che si sono limitati a svolgere (bene) il compito loro affidato, suonare e supportare i due attori principali, i coniugi Kand hanno dato vita ad uno show esaltato da pezzi come “Dexter said no to Methadone”, “Stop bleeding on me”, “Angels and drugs”, “Seduction thy destruction”, con la scena ovviamente riservata alla statuaria (beh, è un pochino in carne, ma va benissimo così) cantante/bassista in “Worship along the Nile” (e nessuno di coloro da me interpellati ha saputo indicarmi con precisione quante volte pronunzia pussycat!); non si sono sprecati gli scontati epiteti diretti contro the President of the U.S.A. (uscente), come pure i siparietti col pubblico, eppoi l’esecuzione di “Sleepwalk” (da Catastrophe Ballet dell”84, il primo con Valor), di “Believers of the unpure” (da The wind kissed picture, del quale è stato filmato pure un video suggestivo che all’epoca mi fece innamorare di loro), e di “Sick of love” (periodo The scriptures), brano questo ultimo sul quale i nostri puntano ancora parecchio, hanno ulteriormente valorizzato la track-list. Qualcuno mi ha fatto notare che gli anni sono passati anche per Mr. Kand, in quanto sotto alla regolare canotta in rete nera indossava una maglietta bianca (ehi, non siamo più ragazzi, i dolorini si fanno sentire, alla nostra età!), e che ora somigli vagamente a Nikki Sixx dei Motley Crue (the heroin diaries?). Se c’è qualcuno che è rimasto deluso (un concerto dei C.D. non può mica prescindere dai soliti ammiccamenti più o meno espliciti al sesso od alla religione, o forse si aspettava una “Romeo’s distress” od una “Deathwish”, cribbio!), mi spiace, per la stragrande maggioranza è andata bene così!

Le luci in questo caso non si spengono, e nemmeno cala il velario. Semplicemente il concerto finisce, coi musicisti che da soli si smontano la strumentazione. Lasciamo perdere inutili guerre di religione gothika (ancora Valor contro Rozz…), anche io mi sono rassegnato da tempo, viviamo il presente che però, ripeto, è ancora fulgido! Con Maitri ed il nostro irriducibile dietro al banchetto del merchandise, od a farsi fotografare, od a firmare autografi, tutto è sembrato assolutamente naturale. Meglio così. Una data opportunamente sfruttata, (il tour è principiato a Barcellona, con soste in Francia ed in Italia, poi è proseguito per la Serbia, l’Austria e la Germania), è vero forse che ci rivedremo all’Inferno (“See you in Hell” è un altro dei pezzi più incisivi di A.I.), ma almeno saremo in buona compagnia!

P.S.: Il Signor Kand ha finto (ma dai, mica pretenderemo il contrario?) di ricordarsi dell’intervista da noi pubblicata i mesi scorsi, e mi ha abbracciato ed assestato un paio di pacche sulle spalle, mi sono pure meritato (?) un bacio da parte di Maitri (mia moglie si è però rivelata comprensiva). L’amico Mauro ha attribuito la loro espansività alla buona cucina ed ai buoni vini del Collio, spero inoltre di aver portato bene ai Moth’s Tales, e che il ciddì consegnato nelle mani ossute del vocalist dei Christian Death non venga dimenticato da qualche parte nel furgone! La seriosità lasciamola ad altri che hanno appena intrapreso la carriera, have fun (ma fino ad un certo limite, perchè in fondo in fondo mica si scherza poi tanto)!

Christian Death a Lucinico (GO), Foto di Hadrianus

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