Exultet: Constantinopolis

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Ver Sacrum Gli Exultet sono un duo palermitano, giunto con questo Constantinopolis al loro terzo demo. E’ fautore di una proposta musicale che pesca a piene mani dal black metal sinfonico variamente arricchito da accenti epic, inserti acustici, folk e melodici e melodie di ispirazione mediorientale. Ideologicamente, invece, mi pare siamo dalle parti di quello che viene definito Unblack Metal o White Metal e cioè un metal estremo che prende tutto dal Black, tranne il satanismo, per sostituirlo con tematiche più o meno esplicitamente cristiane. Ebbene sì, c’è anche questo: e pare che anche in Italia la cosa abbia un qualche estimatore, dato che ho rintracciato una recensione dei nostri in un sito dedicato (www.whitemetal.it): ma fermiamoci qui con i tentativi di esegesi, ché incorreremmo senza meno in un qualche errore che verrebbe censurato da qualcuno in preda a puntiglioso delirio classificatorio. Torniamo all’aspetto musicale, dunque. Gli Exultet propongono 5 brani, fra cui un’intro, per un totale di circa 25 minuti: l’impegno c’è, e la ricerca musicale pure. Dicevamo, dunque, ritmiche di tradizione black, composizioni epicizzanti e maestose, con l’idea di utilizzare suoni della tradizione mediorientale e della tradizione folklorica siciliana (che, d’altra parte, dalla musica araba è fortemente influenzata), benché questa strada sia stata già presa e con ben altri clamorosi esiti da loro corregionali come Inchiuvatu. Alla fine il lavoro potrebbe piacere a chi apprezza l’atmosfera dei concept di Furvus, ad esempio. Ma il problema sta nella discrepanza fra teoria e pratica, fra il programma che c’è dietro ad una ricerca estetica e culturale e il suo risultato finale. Verrebbe facile dire che 25 minuti per cantare e celebrare l’assedio e la caduta di Costantinopoli del 1453 sono forse troppo pochi (ma il Guccini di “Bisanzio” – non sto scherzando- ha tratteggiato magistralmente, mutatis mutandis, la fine della civiltà occidentale in 5 minuti), ma il punctum dolens, qui, sta nell’eccessiva descrittività dei brani, nel loro eccessivo didascalismo, in una “cinematograficità” fuori posto dove coloro che dansi coi pomi, infelloniti e crudi e che cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi, andrebbero evocati più che mostrati, con tanto di clangori e nitriti. Di più, leggo nelle note che accompagnano il promo che ” i testi sono scritti in maniera descrittiva e raccontano le varie fasi della battaglia attraverso la cronaca degli eventi e le gesta dei loro personaggi” e che “la novità assoluta è l’uso della lingua italiana, ritenuta più consona per descrivere eventi che hanno visto protagonisti soldati italiani”: ecco, peccato che lo screaming black, complice anche un mixaggio che lo copre col tappeto sonoro, rende praticamente incomprensibili le parole, tanto che non ho neppure capito -sarà un limite mio- se i testi siano davvero quelli che corredano il booklet. Forse, azzardiamo, la confezione grezza, probabilmente volutamente cercata e tipica della produzione black, diciamo così, old school, mal si addice agli intenti di un concept di tal fatta.

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