At The Funeral Of My Violet Rabbit: Scrutando tra ruggini post-industriali

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Ver Sacrum Ecco la prima, piacevole sorpresa del nuovo anno. Essa ci giunge dal bravo Morgan, l’artista triestino che già ebbi modo di recensire sulle nostre pagine. Una volta tanto, mi piace soffermarmi sulla confezione, essendo particolare e palesando una sua soggettiva ragione d’essere. Non un banale raccoglitore, bensì una busta in polipropilene grigia racchiude questo autentico dono del nostro fecondo autore, il cartoncino richiudibile in tre parti magistralmente illustrato da Aaron Nagy (una proficua collaborazione che continua, come quella con Michela Scagnetti, il suo “Cinque milioni per millimetro cubo” ispira le liriche della conclusiva “Voice of Hibakusha”) ne riporta liriche, note, riferimenti. Il tutto nell’asciuttezza di un tratto discernibile, che pare il disegno d’un bimbo assediato da incubiche paure, spaventevolmente razionale nella sua infantile innocenza. Polvere di ferro e di carbone, nere volute di miasmi bituminosi che s’innalzano in un cielo immoto, sospeso nella decadenza dell’era industriale che sta volgendo alla sua fine. Un concept visuale che introduce e guida il contenuto sonoro del dischetto, custodito a sua volta in un elegante fodero nero. L’intro inquietante “1983” precede le raggelanti tracce che costituiscono la scheletrica ossatura di Scrutando tra ruggini post-industriali, ennesimo passo in avanti compiuto con fermezza dal suo creatore, seguito e successiva maturazione de “La rivolta dei tulipani” e de “Al funerale del mio coniglio viola”. Trattasi di ambient spoglia che percorre paesaggi poco rassicuranti, mentre le note fluiscono lente, compassate, generando un senso di disagio e d’aspettativa snervante, come se un evento tragicissimo dovesse consumarsi tra breve, atteso ma nello stesso tempo sconcertante, perché la nostra immaginazione suggestionata non è in grado di misurarne la terrorizzante portata. Che si cela nella caligine della nostra memoria ottenebrata dal moderno vivere, frammento insanguinato del passato pronto a riemergere in tutta la sua nefanda malignità (“Cheyne Stoke breathing”). “Blind monkey in a cage” sacrifica incolpevoli esseri deformi in onore di Divinità aberranti, come la nostra tanto declamata civiltà si premura di occultare il diverso, fingendo magari di dimenticarsene l’esistenza, “Life and death of Ludwig Kristiansen” simboleggia drammatiche vicende, come la vita che si spegne nel fragore della battaglia, fra scoppi di granate e raffiche di mitraglia, lasciando un corpo dissanguato a giacere tra le rocce denudate. “L’esodo dei corpi senza nome pt. 1” è una litania senza fine, processione d’anime private di tutto, appunto pure del loro nome, del distintivo che le rende riconoscibili nella massa inerme nella quale sono precipitate. Ardono incensi esotici nei bracieri di Templi sconsacrati, monaci esaltati percuotono polverose pelli d’antichi timpani, accompagnando il salmodiare strascicato d’un officiante reso folle dagli stessi riti da lui officiati, evocanti mali assoluti ed ingovernabili. “Voice of Hibakusha” sospende il Tempo rendendolo una entità indefinita ed incommensurabile. Fra gli ingranaggi di macchinari arcaici, residuati di rivoluzioni che per una crudele legge del contrappasso portarono alla schiavitù l’umanità intiera che la acclamò, abbruttita dal ritmo sempre eguale scandito dal lavoro, un velo di polve s’è depositato e s’è fatto sempre più denso, mischiandosi ad oli ed ad altre sostanze untuose, tanto che le ruote immense e le catene che scorrevano tra di esse, non più lubrificate e rese scorrevoli dalle loro essenze, si sono fermate, per poi spezzarsi nell’attrito provocato dal loro istesso movimento inesorabile. Dalle alte e sghembe ciminiere esala ancora del fumo, chissà ancora per quanto. Il Coniglio viola si allontana, mentre una radio rimasta ancora accesa diffonde nell’etere proclami ed incitamenti ad un ultimo, insensato sacrificio (“1983” potrebbe essere il 1938, lugubri bagliori s’intravvedono all’orizzonte, la formula in questo caso è già stata sfruttata da troppi e si dimostra logora), l’ascolto ripreso dal primo episodio concretizza il senso di circolarità di questo prodotto artistico che non si fissa solo nella sua componente sonora, ma procede ben oltre. Foriero di miglioramenti, ATFOMVR non riscrive le regole ferree dell’ambient, limitandosi ad elaborare le sue formule, è però chiaro che il manuale è stato letto con puntiglio, e che il suo patrocinatore è già pronto per affrontare ulteriori prove, che ne confermino la verve creativa che fino ad ora ha evidentemente dato i suoi frutti.

Per informazioni: www.myspace.com/atthefuneralofmyvioletrabbit
Web: http://www.thefuneralofmyvioletrabbit.com
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