Belladonna: The noir album

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Ver Sacrum Paradigma di come, fidandosi solo dei propri mezzi e del proprio spirito di iniziativa, si possa creare un notevole interesse attorno ad un disco pur senza sottoporsi agli obblighi d’un contratto (sovente deludente nei suoi termini) con una etichetta discografica, i Belladonna ebbero modo di far parlare (e scrivere) di sé all’epoca del loro esordio “Metaphysical attraction”, sfruttando sopra tutto l’immenso potenziale espositivo offerto dalla rete, MySpace in primis. Do it yourself! Fioccarono così i riconoscimenti più o meno ufficiali, e non è mistero che al gruppo mi senta assai legato, in primis in virtù della loro proposta sonora, assai intrigante e fresca, una ventata d’ossigeno in un panorama, in quanto a creatività e spirito di iniziativa, che definir asfittico è pura circonlocuzione. L’onda lunga di quel successo è giunta fino ai nostri giorni, tant’è vero che qualche autorevole rivista li ha recensiti solo una manciata di mesi or sono, un pochino in ritardo rispetto alla data di pubblicazione, ma tanto meglio per i Belladonna, questa indolenza dei media nazionali ha permesso loro di mantener caldo il nome, nell’attesa del nuovo, sospirato lavoro. Che si materializza nelle undici tracce di The noir album, eccellente dimostrazione delle qualità espressivo/compositive che Dani e Luana hanno dimostrato di possedere in dosi abbondanti (ben superiori alla media dei loro colleghi, anche quelli più blasonati). Coppia di artisti a tutto tondo, come dimostrano le diverse sonorizzazioni da loro curate in occasione di eventi culturali tenutisi non solo in ambito italico. La voce calda di Luana impreziosisce tracce quali l’opener “Alchemical romance” e “Phoenix rising”, il loro rock oscuro (senza apparir tetro e soffocante), ma caldo ed intrigante (noir, per l’appunto, essendo la componente sensuale presente ed inscindibile dalle altre parti) si dimostra maturo, scevro da compromessi sinfonico/classicheggianti da troppi ostentati; una formula ulteriormente perfezionata, che la produzione di Sylvia Massy (Tool, RHCP, Skunk Anansie, SoaD) ha reso scintillante. E la mano dell’americana si sente in un pezzo come “Till death do us part”, brano modernissimo e grintoso che potrebbe permettere loro di guadagnare i favori della platea alterna; sorprendono i cori epici posti in chiusura, in un crescendo drammatico intensissimo. Si torna al passato con “A Manhattan tale”, legato nella sua forma ai migliori episodi di MA, un semi-lento impreziosito dal piano di Alice tenuto leggermente in sottofondo, e dalla splendida, ancora una volta, voce di Luana, ed in “Holy flame”, episodio che esalta la coesione dell’ensemble traducendosi in una prova collettiva di grande presa (colgo l’occasione per citare gli altri due membri della band, Tam al basso ed Alex alla batteria). Convincente in ogni suo aspetto, The noir album soddisfa totalmente chi nella musica ricerca raffinate emozioni ed il piacere di un ascolto pieno e partecipato. Magari destinato a pochi eletti, chissà, in ogni caso non ad essere frettolosamente archiviato tra troppi altri dischi privi di anima e destinati all’oblio. Un lavoro che può resistere all’usura degli anni, perché intimamente classico (le ballate “My golden dawn” e “The best tears of our lives” ove emergono tenui riferimenti alla seducente grandeur dei Roxy Music di mezzo), senza per questo rinunciare all’attualità ed ai suoi input enunciativi (“Lust never sleeps” e la conclusiva, immaginifica “Pure Belladonna”). Oserei azzardare perfetto, semmai la perfezione esista davvero, su questa Terra!

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