Speciale Imago Mortis

0
Condividi:

Poiché Imago Mortis deve portare su di sé un fardello ed una responsabilità che forse non gli competono, come quella di essere il “primo film del nuovo cinema horror italiano” (nel senso della distribuzione ufficiale nelle sale, anche se proprio isolato il tentativo non è: vogliamo ricordare almeno l’esperimento di La notte del mio primo amore lo slasher di Alesssandro Pambianco ucciso da una distribuzione estiva nel 2006?), è bene sgombrare fin da subito il campo dagli equivoci. Le affinità con la (fu) tradizione horror italiana sono solo ed esclusivamente a livello tematico: è vero l’idea dell’immagine fermata sulla retina a seguito di una morte violenta l’abbiamo vista celebrata 37 anni fa in Quattro mosche di velluto grigio, è vero anche che l’Istituto che cela fra le sue mura innominabili segreti non può che rimandare al microcosmo della scuola di danza di Suspiria, è vero anche che fra le innumerevoli citazioni di cui è costellato il film appare anche un personaggio che di chiama “signora Nicolodi” (ma bisogna anche vedere in che misura certi dettagli dello script dipendano da Bessoni)… Poi, credo, le analogie si fermano qui. Ben altro è l’immaginario di cui si nutre il cinema del regista romano.

Prima di tutto, con la sua riflessione sull’ossessione dello sguardo e sulla voglia di immortalità, Imago Mortis si inserisce “semplicemente” in quella che è un’idea fissa del Cinema tout court, da sempre (il cinema, davvero, come tanathographia…). A livello formale, invece, il film di Bessoni immerge le sue radici nell’estetica del new-horror spagnolo o ispanofono (ricordiamo che il film è sostanzialmente una produzione spagnola): vi ritroviamo le atmosfere gotiche ad autunnali dell’Amenábar di The Others (ma rammentiamo che anche il film d’esordio del regista spagnolo, Tesis, è tutta una riflessione teoretica sul cinema e su ciò che il cinema cattura), le oscurità macabre e fantasmatiche di Balaguerò, di Bayona, di Cerdà, le creature di Del Toro o di Castañeda. E Bessoni gira superbamente, sfruttando al meglio le spettacolari location (torinesi), con una sensibilità ed un’irrequietezza più unica che rara: la macchina da presa è letteralmente inquieta, e non nel senso di certo ipercinetismo “à la page”, ché anzi il regista non butta al vento inutili virtuosismi, ma del continuo cambiamento delle ottiche e degli obbiettivi in senso espressivo, il che è un lavoro – vivaddio – puramente cinematografico, manuale, artigianale. Stefano Bessoni coordina una squadra perfettamente funzionante e affiatata, di insolita maturità: la spettacolare, sontuosa fotografia “pittorica” di Arnaldo Catinari, la perfetta ambientazione scenografica di Briseide Siciliano che in collaborazione coi costumi di Alessandra Torella riesce a rendere perfettamente l’atmosfera sospesa, nostalgica e atemporale che è uno dei punti di forza del film. E anche la bellissima colonna sonora orchestrale, classicheggiante e sinuosa di Zacarias M. de La Riva, ricamata dal montaggio impeccabile di Raimondo Aiello. Ed anche gli attori funzionano perfettamente, a cominciare dalla nevrotica fragilità del Bruno di Alberto Amarilla, per passare dal candore simpatico che la radiosa Oona Chaplin dona alla sua Arianna, per non parlare della Contessa Orsini di Geraldine Chaplin.

Ma c’è un altro piano di lettura del film, un luogo dove si rivelano altri modelli e altri fonti di ispirazione di Stefano Bessoni. Si tratta del film nel film (o dello pseudo-flashback, perché così alla fine è, in una costruzione semantica e narrativa piuttosto ardita), della vita dell’alchimista secentesco Fumagalli (immaginato allievo nientemeno che di Athanasius Kircher), raccontata nei frammenti di un remake (non è proprio un remake, ma semplifichiamo) di un film espressionista. E’ qui, in questo “laboratorio” che, a mio avviso, si legge la cifra più personale ed ispirata del cinema di Bessoni. Barocche, macabre, stordenti (e pluristratificate) visioni che hanno come padre Peter Greenaway, regista amatissimo dal nostro e al quale si deve, tra l’altro, con Lo zoo di Venere, un contributo non da poco nella riflessione su cinema-occhio-morte-sguardo. E’ questo il bivio davanti al quale Bessoni, pur al suo film d’esordio nei circuiti ufficiali, si trova: un cinema di genere mainstream impreziosito da raffinatezze visuali e formali (Argento docet, mutatis mutandis), o un cinema “d’autore” sperimentale, ardito e decisamente poco italico. Se Bessoni seguisse questa seconda strada, allora Imago Mortis finirebbe per essere una sorta di epitaffio su un genere agonizzante nel nostro paese. Se invece seguisse la prima, allora gli consigliamo maggiore attenzione allo script, per evitare le sfilacciature, i cali di tensione e le lungaggini che caratterizzano la sceneggiatura di Imago Mortis soprattutto nel sottofinale (evidentemente i pur importanti interventi di Luis Alejandro Berdejo in fase di ultima stesura non sono bastati a stuccare le crepe dei troppi rimaneggiamenti). Oppure, Bessoni e la sua “factory” riusciranno a fondere questi due aspetti, allora sarebbe un miracolo. Siamo sicuri che, quale che sia la scelta, ne vedremo delle belle.

Speciale Imago Mortis

Intervista a Stefano Bessoni

Il film

Condividi:

Lascia un commento

*

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.