Bain Wolfkind: The Swamp Angel

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Ver Sacrum Col nuovo album Bain Wolfkind continua la sua discesa nei meandri di un rock-blues paludoso e sporco, ipoteticamente non lontano da certo Nick Cave prima maniera, dai Cramps meno punk o dal Badalamenti periodo Twin Peaks. Nonostante alcuni prodromi si erano già visti nell’EP dell’anno scorso, lo scarto col disco precedente è abbastanza marcato: sparita l’elettronica, gli accenni lounge e il retroterra industriale che screziava indelebilmente il suono, Bain ha optato per un suono più sanguigno, dove la chitarra la fa da padrone, sia essa slide o riverberata. I fantasmi dell’uomo nero d’oltreoceano, Johnny Cash, si scorgono con molta frequenza, soprattutto quando agli strumenti si aggiungono anche armonica e hammond, e su tutto il disco aleggia un’aria da bettola di provincia americana puzzolente di whiskey da due soldi e tabacco. Come sempre il difetto principale è la voce, nonostante ci siano dei significativi miglioramenti rispetto al passato. Quando Bain si sforza di cantare in maniera più decente (“The Crossroads”) tutto sommato va bene, ma nei brani dove l’uso del vocione cavernicolo è addirittura enfatizzato la tentazione di schiacciare il tasto skip è forte. Altro difetto grave dell’album è la durata. Quindici tracce per un disco del genere sono troppe, e la poca varietà di soluzioni proposte a lungo andare tende ad annoiare, una durata attorno ai 40-50 minuti sarebbe stata più appropriata. Disco pieno di buoni propositi, in molti episodi è più che riuscito, in altri il gioco riesce meno.

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