Indoor Picnic

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The Lost Brothers a Londra ©Honeybuzzard

Londra è una città molto particolare: è frenetica, dinamica, piena di vita e ricca di attività, ma anche tanto, tanto effimera. Non lasciarsi prendere dal flusso non è impresa da poco. Tuttavia, è anche per serate come questa che non si può non amare una città del genere. The Indoor Picnic è una serie di serate mensili a tema che vedono esibirsi sul palco artisti legati più o meno alla scena british folk e simili. Il luogo è il The Wilmington Arms, un pub come ce ne sono a migliaia in ogni angolo di Londra, situato tra King’s Cross e Farringdon. All’interno del pub è stata preparata una seconda sala che ospiterà il concerto. Dentro, un piccolo palco, tavolini, l’immancabile bancone e luci soffuse, il tutto all’insegna di un’atmosfera molto inglese e un po’ retro. Quello che mi ha colpito però è stata l’aria particolare che si respirava lì dentro. A occhio e croce gli spettatori saranno stati una cinquantina, forse un po’ meno, e l’impressione era che si conoscessero tutti. A contribuire all’atmosfera casalinga e calorosa il comportamento di questi ultimi, seduti composti ai tavolini e al bancone a sorseggiare una pinta di birra e mangiare dei dolcetti gentilmente offerti dall’organizzazione (non a caso si chiama indoor picnic!), chiacchierando occasionalmente a voce molto bassa per non disturbare coloro che stavano assistendo al concerto. Con tutta probabilità, ero uno dei pochi, se non l’unico, “estraneo” del locale.

Per quel che riguarda la musica, il concerto inizia puntualmente alle 20.30 con The Lost Brothers, duo maschile tipicamente classico con doppia voce e chitarre acustiche. La musica è un folk abbastanza prevedibile e piuttosto anonimo, memore dell’immortale accoppiata Simon & Garfunkel, modello seguito con fare fin troppo pedissequo (schifosamente troppo palese “Ribbons and Bows”, ai limiti del plagio). I ragazzi sono agli esordi, con un album uscito da pochi mesi su Bird Dogs Recordings, e la manciata di brani proposti non riesce proprio a sollevarsi dalla mediocrità. C’è anche da dire che in studio il duo si avvale anche di una produzione più curata e di altri strumenti come la batteria, e che la proposta live li penalizza ancora di più, ma di certo quando le idee scarseggiano c’è poco da fare. Solo con l’ultima canzone, dal taglio più emozionale e meno attaccata al modello del celebre duo, riescono finalmente a cogliere un bel pezzo, peccato solo sia giunta così tardi.

Still Corners a Londra ©Honeybuzzard

A seguire un altro gruppo esordiente, gli Still Corners, all’attivo solo con un EP di sei tracce, autori di un pop dal gradevole tocco retro. In più di un caso mi hanno ricordato i Pram, soprattutto in virtù dello stile vocale della cantante, ma rispetto al gruppo di Birmingham hanno un suono meno elettronico e smaccatamente easy e aggiungono una notevole dose psych al suono, che vive per lo più grazie a una chitarra inacidita che detta le coordinate sonore e che non disdegna impennate più rumorose in alcuni casi. Una mezzora abbondante di concerto, divisa tra le atmosfere morbide di “History of Love” e le cupezze di “Cremona”, per concludersi in un crescendo elettrico. Piacevoli e divertenti, soprattutto se amate questo tipo di sonorità. Forse sono ancora un po’ troppo acerbi, ma le premesse per un miglioramento ci sono tutte.

E finalmente Keith Wood e la sua creatura Hush Arbors sono sul palco. Ad accompagnarlo ci sono il fido Leon Dufficy (anche negli Still Corners) alla chitarra e Louise Shiels alla voce e al tamburo. Keith Wood, mente del progetto e già frequente collaboratore di Six Organs of Admittance e presente come chitarrista anche nel prossimo album di Current 93, ha già inciso una consistente manciata di CDR e LP, finendo con l’accasarsi presso la Ecstatic Peace! di Thurston Moore per la quale ha di recente pubblicato un album. Il suono del gruppo oscilla tra folk, psichedelia lisergica e ultimamente forti connotazioni rock, richiamando alla mente proprio l’amico Ben Chasny di SOoA, senza tuttavia averne le qualità intrinseche; di suo Wood aggiunge anche una vena più melodica e reminiscenze Neil Young, finendo per l’integrarsi molto bene tra le fila di quei cantautori che riprendono la tradizione musicale statunitense.

Questa sera comunque mette parzialmente da parte le influenze rock dell’ultimo album per proporre un set più acustico e molti brani d’annata, con grande soddisfazione di tutti i presenti e in particolare del sottoscritto. L’ormai classica ballata country “Coming Home”, la commistione tra elettrica e tradizione di “Water”, la leggerezza acustica di “Sand”, la bella voce di Louise Shiels a ricamare melodie, sono tutti elementi che rendono il concerto di Hush Arbors perfettamente riuscito. Ancora una volta, si ricrea quella sorta di magia intima e tutta particolare che è possibile trovare quando a un concerto sono presenti solo una manciata di persone e ci si stringe attorno al palco, consapevoli di assistere a qualcosa di speciale. Il gruppo di Keith Wood suona all’incirca un’oretta, e poco dopo le 10.30 il concerto finisce. Troppo presto? Forse, ma si sa che le cose belle durano poco.

Hush Arbors a Londra ©Honeybuzzard

Links:

Indoor Picnic @ MySpace

Hush Arbors @ MySpace

Still Corners @ MySpace

The Lost Brothers @ MySpace

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