The Prodigy: Invaders must die

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Ver Sacrum Ne è passata di acqua sotto ai ponti da quando Liam Howlett e compagni pubblicarono The fat of the land, e certamente di strani connubi tra techno-beats e sonorità metallico/pesanti ne abbiamo sentiti fin troppi in questi anni, fatto sta che i Prodigy non sembrano più essere la band fighissima che ricordavamo… È merito loro se in negli scorsi due/tre lustri il pubblico rock e quello della dance si sono irrimediabilmente avvicinati e mescolati, ma l’ultima prova in studio sta a dimostrare che gli spunti creativi e le intuizioni che li hanno resi grandi sono ormai un bel ricordo e poco altro. Anche non volendolo, alcuni brani di Invaders must die ci capiterà spesso di ascoltarli, e non c’è dubbio che ci faranno pure ballare, vedi ad esempio “Thunder” (l’electro-ragamuffin che lo caratterizza spiazza un po’ ma è assai orecchiabile), “Take me to the hospital” (anche qui il crossover tra generi la fa da padrone…) o il contagioso “Omen”, che in realtà inizia benissimo e poi si perde strada facendo perché troppo ripetitivo, ma è molto efficace e diventerà un must del dancefloor alternativo. Delude un po’, invece, “Run with the wolves”, soprattutto perché da un pezzo in cui compare come special guest Dave Grohl ci si poteva aspettare di più, ma come ho già detto sono molteplici gli aspetti di questo disco che non convincono del tutto. Ci sono cose che sembrano non invecchiare mai, mentre su altre i segni del tempo che passa si notano eccome, e la musica dei Prodigy sembra proprio essere una di queste ultime: magari ai fan di vecchia data non importerà, ma le new-generation sanno che in giro, ora come ora, c’è roba ben più moderna ed eccitante.

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