Atrium Carceri: Souyuan

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Ver Sacrum Prosegue inesorabile la ricerca sonora di Simon Heath sotto lo pseudonimo di Atrium Carceri: il suo percorso prosegue regolare e, sebbene anche in questo caso il titolo tragga ispirazione dalle culture orientali (si tratta di un termine tratto dal taoismo, nella cui escatologia souyuan è l’equivalente del giorno del giudizio, o della chiusura di un ciclo), in questo CD, il nostro abbandona le influenze sonore orientali che avevano in qualche modo caratterizzato le due produzioni precedenti, ritornando ad un suono più rarefatto ma allo stesso tempo non del tutto simile a quello dei primi due lavori. In effetti non si ha più quella sensazione di vuoto profondo e di completo abbandono che era caratteristica prevalente di Cellblock: lo spazio è qui disseminato di presenze, rappresentato da voci o sussurri, campioni corali, ritmi ma anche note di pianoforte alle quali l’immaginazione automaticamente associa un soggetto che percuote i tasti. Se nel complesso non si può certo dire che con questo Atrium Carceri si allontana dal mondo dark ambient, dall’altro viene a mancare quel senso di indeterminatezza che i suoni della musica di quel genere tipicamente hanno, quel senso di incertezza che spesso spinge a chiedersi quali potessero essere le sorgenti originarie di ciò che si ascolta. Qui la musica è più tangibile pur se rarefatta, molto più luminosa che nella maggior parte degli altri musicisti di ispirazione simile anche se il nostro non si esime dal creare ugualmente sensazioni di soffocamento. Ancora una volta, un’opera che non stravolge il genere ma che è in grado di mostrare una discreta personalità, cosa oramai piuttosto rara.

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