Witchfield: Sleepless

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Ver Sacrum Ovvero Thomas Hand Chaste/Witchfield, in quanto è stato proprio lo storico skin-beater di Death SS e del Teatro Viola di Paul Chain a coagulare attorno a sé una band eterogenea per età ed estrazione, ma solidissima dal punto di vista del risultato ottenuto, costituita dai fratelli Cardellino (Impero delle Ombre, prossimi alla pubblicazione del come-back all’omonimo debut-album), John Goldfinch (vocals), Ilario Suppressa (chitarre) e il bassista di quei Boohoos recentemente ristampati (per la gioia di chi scrive), che a metà ottanta si imposero come una delle realtà italiane più interessanti in ambito non-convenzionale, creando un sound intrigantissimo ove Detroit sposava l’attitudine glam debosciata di New York Dolls ed affini, Mr. Baka Bomb. Si dia inizio alla danza macabra, a questo Sleepless che è quintessenza del dark italico dei settanta (quello per il quale un tale Lee Dorrian subì, e subisce tuttora, una autentica fascinazione), ossianico nella sua essenza ed assolutamente originale nei suoi costrutti. “The burial of Count Orgaz” apre e chiude (le porte degli Inferi?), “Edina’s escape from Cancer City” è ammorbata d’un senso di claustrofobia follia (e malattia come evocato dal titolo), l’estenuante incipit di “The mask of the demon” strazia l’animo e mina la mente, cedendo poi il passo al funereo incedere sabbathiano del prosieguo della song. Il flauto di Clive Jones (altro ospite de luxe) ed un grande sax impreziosiscono una “Void in the life” agghiacciante nelle urla spiritate che si levano di quando in quando, emergendo da una incubica palude popolata di spiriti iracondi, un organo sacrale immola “High tide symphony” sugli altari di riti paganeggianti, “I curse my fate” ed “Imagination vortex” paiono tratte dal song-book dei Cathedral meno fumati e più attenti alla sostanza. Ma siamo solo a metà del viaggio: in “Totentanz” un organo impazzito diffonde nell’aere il suo indecifrabile codice sonoro, “Inquisitor” scava nel passato della coppia Sylvester/Chain, disseppellendo un brano che oggidì suona come un classico dell’heavy italico più plumbeo ed introverso, sigillando l’incomparabilità di quella feconda stagione. Anche l’istrionico Alice Cooper trova spazio, in una versione personalissima della sua “The black widow”, e siamo al tripudio del rock più grandguignolesco e teatrale. Sleepless è scevro di quei modernismi che ivi d’altronde fuori luogo sarebbero, e ci permette d’apprezzare la capacità di ri-proporsi di un artista dall’onorato passato. L’apporto dei giuovini Cardellino si rivela fondamentale nella rilettura di canoni che, una volta ri-ascoltato il disco con l’attenzione ulteriore che merita, si dimostrano ancora validi. Si potrà amarlo od odiarlo, certo solo una nicchia può accoglierlo, resta comunque un grande, grande albo di dark rock!

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