Am Tuat: Inmotion

0
Condividi:

Ver Sacrum E’ da tempo ormai che sovente ci si imbatte nel termine progressive, ove si intende una maggiore libertà d’espressione intentata da un gruppo o da un singolo artista, rimanendo ben lontani comunque dall’ampollosità tipica delle produzioni dei settanta, quelle stesse che portarono all’esaurimento dei suoi mentori. Gli Opeth sono uno di quegli insiemi che hanno tracciato una via, seguita presto da altri emuli desiderosi di ripeterne le gesta, con risultati a volte confortanti, altre decisamente deludenti. I batavi Am Tuat per ora si pongono nel mezzo, evidenziando con Inmotion se non altro di possedere un discreto impianto compositivo, che a tratti non trova soluzioni adeguate in quello esecutivo. Vi sono dei brani convincenti, come “Distant shores” e come “Lost”, l’acustica “Ahead of sadness” è davvero carina, anche se scontatella, la prova di resistenza, ovvero i quasi diciotto minuti di “A cry: the sound of a tragedy”, viene portata a termine col fiatone, perché se l’idea è interessante, è pur vero che è prima di affrontare cotali perigli si consiglia una presa di coscienza, in quanto i mezzi a disposizione possono dimostrarsi insufficienti alla bisogna. Questo trio (Bauke Valstar alle chitarre ed alla voce, Arno Rensink al basso e Sander Bosscher alla batteria) deve ancora percorrere buona parte del cammino che porta alla maturazione, “Perilous seas” incoraggia a proseguire imperterriti, magari ripassando meglio la lezione impartita dai Maestri, ed insistendo sull’elemento goth che non manca in alcuno della diecina di pezzi di Inmotion.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.