Sophya Baccini: Aradìa

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Ver Sacrum Incrociai la bella voce di Sofia Baccini all’epoca di “The sleeper awakes”, opera terza dei partenopei Presence, attivi fin dal 1990 ed all’epoca già firmatari di un emozionante esordio, il mini “The shadowing”, e del positivo successore “Makumba”. Il corposo hard progressive drappeggiato d’ombre minacciose suggestionò chi scrive a tal punto da indurlo a nominare il disco come una delle più interessanti uscite di quell’anno. Era l’epoca del boom targato Dream Theater, e parecchi scribacchini poco inclini all’approfondimento non tardarono a far salire (a forza) questi valenti musici sul carrozzone dell’allora emergente fenomeno (ora abbondantemente metabolizzato) del metallo progressivo, non curandosi delle peculiarità proposte dal quartetto. Altre storie, direbbe il nonno… Oggi ecco la nostra Sophya (così si firma per questa prima solista) alle prese con un disco tutto suo, ed Aradìa riprende anche tematiche che ella sviluppò coi suoi precedenti compagni di viaggio, arricchendole di un tocco personalissimo, favorita dalla sua magnifica e magnetica voce, e da una bravura che trova pochi riscontri in ambito nazionale. Sì, mi sbilancio, meritando la Baccini sicuramente un proscenio più importante di quello offertole dall’underground, dalla nicchia alla quale un impegno corposo e scevro di compromessi commerciali come quello profuso in queste sedici tracce (la diciassettesima è costituita dalla riproposizione di “Circle game” di Joni Mitchell, non a caso preceduta da una “When the eagles flied” che molto deve alla scuola interpretativa delle cantautrici Americane) è destinato. Perché Aradìa non rinunzia ai profumi settantiani (“Don’t dream that dream”), ma neppure alle citazioni colte, rese con una semplicità disarmante che mette al riparo l’Autrice da qualsisia critica tendente ad evidenziare, in casi analoghi, una certa alterigia più che l’effettivo valore di quanto proposto. Non sarà facile seguirla nel lungo percorso che attende l’ascoltatore, prospettandogli una prova di resistenza che alla fine solo i più pazienti, ed attenti, porteranno a termine, compenetrando in toto la portata di Aradìa, certo che la maestosa poetica di “Elide” (graziata da un moog magniloquente e da un a solo di chitarra gustosissimo), le ottime “Al ritmo di una storia”, “Ever too small”, la sognante title-track (ma tutte le tracce sono permeate da un’atmosfera d’estasi purissima), la notturna “Nei luoghi” (col bel sax tenore dell’ospite Martin Grice dei Delirium) o l’audace opener “La pietra” (coraggioso principiare con una track di dieci minuti scarsi) non possono lasciare indifferenti, sopra tutto se si è fruitori accaniti, e ricercatori indefessi, di buona musica. La quale scarseggia sempre più sui nostri deschi, teniamoci adunque stretto Aradìa e non rinunziamo alla sua preziosa compagnia. Un disco fuori dal tempo, come piace a me, ed è per questo che Ver Sacrum gli dedicherà un servizio a parte, con una doverosa intervista alla brava Sophya.

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