Wino: Punctuated equilibrium

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Ver Sacrum Scott “Wino” Weinrich ha attraversato l’ultimo quarto di secolo fra alti e bassi (fra i quali ricordo un arresto per “rapina a mano armata in un negozio di super alcolici”, così recitava la notizia che lessi fra il divertito ed il basito…), segnando tappe fondamentali nella storia del doom maggiormente devoto al verbo del sabba nero coi suoi The Obsessed, ed iscrivendo il suo nome in quella che ancor oggi reputo la miglior formazione di sempre dei seminali Saint Vitus (coi quali pubblicò capolavori del livello di “Born too late” e di “Mournful cries”, oltre agli ottimi “V” e “Live”, tutti per la pur troppo defunta Hellhound Records, RIP!). Rimanendo fedele alla formazione triangolare, che lo ha visto all’opera coi suoi più recenti progetti Spirit Caravan e The Hidden Hand, e circondatosi di fedeli pards quali Jean Paul Gaster (Clutch, The Bakerton Group) e Jon Blank, riducendo al minimo ogni spazio di manovra, da’ ora vita al suo primo disco solista nel senso lato del verbo, il presente Punctuated equilibrium. Facendosi aiutare da qualche altro amicone (J. Robbins, Steve Fisher), tra un grasso riffone sabbathiano ed una corsa a cavallo di una delle sue Harley, vengono alla luce dieci tracce (ma sul booklet v’è menzione pure di una introvabile “Chest fever”, boh!) nelle quali il loser per eccellenza del sottobosco hard rock scatena tutta la sua onniscienza in materia settantiana, liberando uno spirito mai domo nutrito con massicce dosi di Zappa, Bugie, The Mahavishnu Orchestra, ma pure di Neil Young, Stooges, Dictators ed, ovviamente, Black Sabbath! Che lui segue fedele fin dal tour di “Paranoid”, quando si consolidò la fratellanza con l’inseparabile Mark Laue. La quaterna (o dovevo scrivere poker…) d’apertura dischiude il fiore tossico che è PE, colla sua stralunata dichiarazione d’amore per i settanta, “Eyes of the flesh” rievoca i fasti hendrixiani della sei corde fumigante, “Secret realm devotion” è permeata da un flavour nettamente psichedelico, la strumentale “Wild blue yonder” ritaglia uno spazio tutto per lui, per Wino e basta, ed il suo ego trova sfogo pure nella sorella, breve e sinistra “Water crane”. Ma Scott vive sulla Terra, e da americano attento a quel che succede nella sua grande ed amata Nazione compone una “Gods, frauds, neo-cons e demagogues” che è da citare solo per il titolo! L’a solo ispirato di “Silver lining” (che strano, anche nel titolo dell’ultimo Dream Theater c’è un “silver linings”, al plurale, stavolta) chiosa questo gran bel disco, e non poteva architettare miglior finale, il buon Wino, liberando tutta la sua urgenza espressiva in questi quattro minuti che non vorremmo finissero mai. Ce ne fossero, come il Nostro! (PS: lo sticker posto strategicamente sulla cover lo definisce guitar hero, un’etichetta che egli stesso, ne sono certo, rifiuta…)

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