My Life With The Thrill Kill Kult: Death Threat

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Ver Sacrum I Thrill Kill Kult sono attivi da oltre 20 anni e nel loro piccolo sono un gruppo di culto (anzi di kulto) sebbene negli ultimi anni sul gruppo, soprattutto “al di qua” dell’oceano è calato un po’ di oblio. In qualche modo la band è sempre stata associata al calderone del rock industriale americano, un po’ per l’uso dei campionamenti nella loro musica, vuoi perché nel passato hanno inciso per le stesse etichette discografiche di Ministry o KMFDM e un po’ perché i due membri storici della band, Groovie Mann e Buzz McCoy, hanno da sempre frequentato quel giro di persone (non a caso in questo Death Threat troviamo Justin Bennett alla batteria, che oltre ad essere un membro stabile di Bahntier è anche il live drummer degli Skinny Puppy). Di fatto a livello di suono i Thrill Kill Kult sono una cosa a sé e questo album ne è la riprova. Con l’industrial la band ha in fondo poco a che fare: se dovessimo fare un paragone filmico, che senz’altro sarebbe assai gradito al gruppo, direi che più che Testuo il suono della band fa venire in mente Faster Pussycat! L’etichetta che più si adatta a Death Threat è “apocalyptic lounge”, una specie di party music, con una netta impronta oscura, un pizzico di elettronica e molta ironia. I pezzi sono tutti assai simpatici, adatti, per l’appunto, ad essere suonati come sottofondo di un party, con qualche pezzo particolarmente “up tempo” che può anche far ballare. Fra questi citiamo l’iniziale e divertente “WitchPunkRockStar” e la quasi trance “Psychik Yoga”, più marcatamente elettronica, che con il suo ritmo incalzante e il sapiente bilanciamento di voci campionate, arpeggi di chitarra e suoni sintetici incita alle danze con una formula tutt’altro che scontata. E’ un gruppo questo che non si prende troppo sul serio e un po’ si vede anche dai titoli delle canzoni (per non parlare dei loro testi!). Questa tendenza al divertissment chiaramente trova poi apoteosi nella musica, in cui la band ama mescolare le carte con ispirazioni e sonorità le più disparate. Non stupitevi così di ascoltare una specie di funkettone rappato (“Spotlite Hooker”) accanto ad un (brutto!) pezzo rock-blues come “Bottoms Up”. Il carattere lounge dell’album ha la sua celebrazione con “The Ultimate Nude” che, con la atmosfera “jazzy”, sembra un pezzo rubato da un b-movie degli anni ’60-’70. Tutta questa varietà non fa esattamente bene all’ascolto e il detto il “troppo stroppia” si applica bene a questo CD, che è sì divertente ma alla fine, esattamente come molti B-movie del passato, ha decisamente poca sostanza.

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