Spiral69: A Filthy Lesson For Lovers

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Ver Sacrum Talvolta uno non deve fidarsi delle apparenze: onestamente prima di mettere questo CD nel lettore avevo delle attese non proprio positive, soprattutto in virtù di una press release un po’ goffa in cui la musica di Spiral69 viene paragonata a nomi i più disparati, dai Joy Division a Dylan, dai NIN ai Beatles! Invece l’ascolto di A Filthy Lesson… mi ha decisamente e piacevolmente sorpreso. Intanto il suono dell’album è estremamente personale ed è costruito su alcuni caratteri specifici. C’è il gusto per le melodie, tutte molto orecchiabili e accattivanti; da un lato l’impostazione del suono è decisamente pop-rock in cui però è riconoscibilissima un’impronta oscura, soprattutto nel suono rotondo del basso che tradisce la provenienza dalla scena darkwave di Riccardo Sabetti, il “mastermind” di questo progetto che tra l’altro è stato per anni il chitarrista e bassista degli Argine. Infine c’è una grande capacità di costruire degli arrangiamenti efficaci e originali, creati sommando tante sonorità diverse e che danno un’impronta davvero unica al risultato finale. Ottima in questo contesto è la capacità di mescolare i suoni acustici (il violino o il piano) alle sonorità elettriche. Il tutto dà l’idea di una certa ricchezza sonora, vista la gran quantità di strumenti e suoni utilizzati nei pezzi del CD ma allo stesso tempo il risultato finale è pulito e arioso. Insisto sugli arrangiamenti dei pezzi (nonché sulla buona produzione dell’album) perché con dei suoni diversi questo equilibrio tra pop e indie, tra rock classico e musica alternativa, non funzionerebbe a dovere. A Filthy Lesson… riesce a stare magistralmente nel mezzo, con il rischio quindi anche di non piacere né a chi ascolta dark né a chi è più avvezzo a sonorità mainstream. Nel CD sono poche le cose che non mi hanno convinto molto. Comincio però a parlare degli episodi secondo me migliori: mi è piaciuta davvero molto “Echo” in cui il campionamento di una voce femminile operistica, ampiamente trattato, dà un carattere inquietante al brano. Bellissima è poi “Erase” costruita su una bel giro “circolare” di tastiere e un azzeccato intervento del violino. Nella struggente “Cover me” poi è impossibile non riconoscere il violino di Edo Notarloberti (Argine, Ashram). La cover di “And I Love Her” dei Beatles invece non mi è piaciuta per niente in virtù di un’interpretazione un po’ troppo enfatica che esaspera la stucchevolezza dell’originale. Un po’ insulse, anche se non brutte, sono poi le due canzoni che chiudono l’album, ovvero “The Way Out Is Through You” e “With Nothing Left”, a cui avrei preferito la ghost track (traccia numero 69!) “The Unspoken”, forse il brano più propriamente “dark” dell’album. Un esordio davvero incoraggiante che mi sento di raccomandare però solo a chi ama spaziare negli ascolti anche verso il rock e il pop alternativo di qualità.

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