Peter Murphy

0
Condividi:
Peter Murphy

Peter Murphy a Firenze, Foto di Grendel

Il ritorno dei Bauhaus sui palchi di qualche anno fa ha dimostrato a tutto il mondo che la grandissima classe di Peter Murphy col passare degli anni si è tutt’altro che annacquata. Di contro non era assolutamente scontato capire cosa il Peter Murphy del 2009 potesse proporre al suo pubblico perché, al pari del suo nume tutelare Davide Bowie, Murphy ha cambiato pelle più volte. Si vociferava di uno spettacolo più rock, costruito in particolare sulle cover version di brani del passato e questo alla fine è stato, anche se solo parzialmente, il leitmotiv della serata.

Al Viper Theatre di Firenze il pubblico è ragionevolmente numeroso ma il locale, che comunque è abbastanza grande, non registra assolutamente il sold-out che era lecito attendersi per un nome di questa portata. Ovviamente sono molti i “reduci” degli anni ’80 e l’età media è decisamente alta. A sorpresa Murphy si presenta con un banchetto del merchandising abbastanza risicato, con una sola maglietta – niente di ché tra l’altro – in vendita a 25 euro, mentre fuori il solito “magliettaro” vendeva t-shirt bootleg, nemmeno brutte, a 15 euro. Manco un CD era in vendita, segno che molti musicisti non hanno evidentemente ancora capito come muoversi di questi tempi di crisi del mercato discografico e quanto sia importante “proporsi” direttamente ai propri fan.

Lo spettacolo è stato anticipato da una cantante di spalla, tale Lettie Maclean, la cui presenza non era stata nemmeno pubblicizzata molto. La performer inglese si presenta sul palco con addosso delle lucine di Natale! Suona una tastiera e ha qualche base su CD ma è così imbranata che prima di far partire un pezzo perde un paio di minuti buoni a “spippolare” sui tasti. Il pubblico, un po’ perché fa tenerezza, un po’ perché alla fine questa sua elettronica minimale non disturba troppo, la accoglie anche in modo assai benevolo, molto meglio di quanto la sua performance un po’ imbarazzante effettivamente meritasse.

Sale sul palco Peter Murphy e inizialmente ho un brivido: la musica che parte è una bellissima base etnica che rimanda alle cose da lui suonate su Dust, lo splendido disco del 2002. In realtà la sorpresa dura poco perché il pezzo è solo un’introduzione e il concerto attacca in modo molto diretto. Murphy stasera si fa accompagnare da una band di 4 elementi – 2 chitarre, basso e batteria – tra cui spicca la presenza di Mark Gemini Thwaite già nei Mission più recenti (nonché membro dei Mob Research, l’ultimo progetto del compianto Paul Raven).

Diventa così chiaro a tutti che la serata sarà marcata da un’inconfondibile impronta rock, con qualche spruzzata di glam anni ’70. I gusti sono gusti e sinceramente un po’ storco il naso per quanto ascolto, non tanto perché non ami il rock ma quanto perché la musica proposta si lascia sì ascoltare ma non cattura mai a fondo. A peggiorare il tutto poi ci si mette l’acustica della serata, assolutamente scarsa: sarà stata colpa dell’impianto o di un cattivo mixaggio ma quello che usciva dalle casse era spesso un amalgama un po’ confuso di suoni. Ciò che è stata indubbia invece è la classe della band sul palco: Murphy è poi un grandissimo istrione, simpaticissimo e molto comunicativo con il suo pubblico. La sua voce ha qualche momento di cedimento ma è comunque sempre bella ed espressiva come è lecito aspettarsi.

La scaletta ha ripreso, come annunciato, un certo numero di cover anche se queste non hanno certo rappresentato la parte maggiore della serata. Non sempre questi episodi sono stati a mio avviso riusciti: se la riproposizione di “In Every Dream Home A Heartache” dei Roxy Music è stata davvero eccellente e molto emozionante, la versione di “Instant Karma” di John Lennon è stata indubbiamente un episodio inutile. Anche “Hurt” dei Nine Inch Nails è stata presentata da Murphy in modo tutto sommato egregio senza però che a mio avviso si siano raggiunte le vette dell’originale o della versione di Johnny Cash. Murphy ha anche proposto molti nuovi brani, carini ma non indimenticabili, più una manciata di episodi della sua carriera solista.

Il concerto è andato avanti in modo piacevole per quasi un’ora e mezza ed è stato nei bis che secondo me si è raggiunto l’apice dello spettacolo, una manciata di pezzi che da soli valevano il prezzo del biglietto e davano senso all’essere lì presenti alla serata. Murphy è infatti rientrato sul palco per presentare, in modo grandioso “Transmission” dei Joy Division, seguita dallo “Ziggy Stardust” di Bowie nonché dei suoi Bauhaus. Dopo una discreta versione di uno dei suoi cavalli di battaglia della carriera “solo”, ovvero la classica “A Strange Kind Of Loe”, Murphy ha proposto “She’s in parties” dei Bauhaus: è inutile dire che a quel punto l’entusiasmo dei presenti è andato alle stelle. Il concerto poi si è chiuso in un modo molto intimo e originale: i cinque musicisti si sono sdraiati sul palco e sono rimasti così per l’intera durata di “Space Oddity”, cantata da Murphy su una base elettronica molto rallentata ed eterea.

Al termine del set, dopo quasi due ore, l’entusiasmo del pubblico era alle stelle. Sicuramente è stata una performance di gran classe e divertente anche se mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, vista la qualità tutto sommato media dei brani nuovi presentati. Non so cosa farà Murphy in futuro ma, anche se mi spiace pensarlo, mi sa che il meglio della sua carriera giace alle sue spalle anziché davanti a sé.

Links:

Peter Murphy: sito ufficiale

Peter Murphy @ MySpace

Lettie Maclean @ MySpace

Mark Gemini Thwaite: sito ufficiale

Viper Theatre

Peter Murphy

Peter Murphy a Firenze, Foto di Christian Dex

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.