Resurrecturis: Non voglio morire

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Ver Sacrum Me lo chiedo anch’io, chi/cosa glielo faccia fare, a Carlo Strappa, di continuare a fare casino colla sua band. Oddio, anch’io ci sono cascato, ma chissenefrega, avrà diritto pure lui di farsi i cavoli suoi? Altrimenti non avremmo fra le mani Non voglio morire, ed allora si che dovremmo darci una martellata sulle… ginocchia. Bella storia quella dei Resurrecturis, un gruppo che ha diviso il palco con Impaled Nazarene (e ci vuol coraggio!), con Macabre, con Jungle Rot, bella storia quella del suo leader, che nel combo non investe solo idee, rabbia e tempo. Grande forza, la sua, come quella sprigionata da “The origin” o “The fracture”, con la compattezza di chi ha pubblicato tre dischi lunghi ed un eppì, e che ha consolidato la sua fratellanza suonando in lungo ed in largo per l’Europa, che può permettersi di appiccicare inserti thrash/death ad altri canonicamente hard rock, e pure il lusso di comporre una straniante “The artist”, ascoltatela e poi sappiatemi dire se non vi ha impressionato. Altrimenti sareste irrecuperabili, una voce femminile melodica (quella di Gloria Strappa) potrebbe centrare poco in tal contesto, eppure s’incastra benissimo in questo puzzle ove le tesserine grondano sangue. Brano angosciante, perché debilita ogni nostra difesa, s’insinua subdolo sotto pelle, come un acido corrode i nostri tessuti, come un ratto (scabbioso) li rosicchia, con quei dentini aguzzi che ve li sentirete addosso. Eppoi “Where shall I go from here?”, “Calling our names”, la citata “The fracture” presente pure in clip. Ah, la parte visuale, perchè al ciddì s’accompagna un DVD, ed il percorso ora è completo, se consideriamo l’inquietante grafica (la copertina è opera di Samuele Santi) ed il completissimo booklet. Non voglio morire è la prima di due opere autobiografiche, ove Carlo racconterà di se stesso, della sua vita artistica e lavorativa. Una stessa anima, quella che smette i panni dell’uomo professionalmente realizzato per imbracciare la sei corde e sparare un riff di grande presa come quello presente su “Save my anger”. Qualcuno avanza ancora dubbi? “Calling our names” l’ho già inserita, ribadirla è un buon esercizio, questa canzone è semplicemente un meraviglioso esempio di grande thrash, come i presunti maestri del genere, un tantino imbolsiti, non sanno più scrivere. Amen!

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