Claire Voyant: Lustre

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Ver Sacrum Mi ha fatto davvero piacere sapere che i Claire Voyant sono ancora in attività. Negli anni ’90 mi avevano conquistato con i loro primi due album (Claire Voyant e Time And The Maiden) e le loro delicate melodie tra il pop, la darkwave e la splendida e sensuale voce di Victoria Lloyd a impreziosire il tutto. Nel 2000 Time Again servì a farli conoscere in tutto il mondo sebbene, anche a distanza di quasi 10 anni, sul senso e sulla qualità dell’operazione conservo dei dubbi. Il CD infatti assemblava remix in chiave electro di loro canzoni a cura di vari artisti (VNV Nation, Assemblage 23, Front 242, Love Spiral Downwards, …): in particolare ebbe un buon successo la versione di “Love The Giver” remixata dal cantante dei Covenant, che veniva passata spesso in discoteca. Il successivo Love Is Blind era invece un’opera un po’ interlocutoria, carina ma non indimenticabile. Dopo ben sette anni di silenzio arriva questo Lustre un’opera inattesa e visto il risultato anche gradita. Anche se non siamo di fronte ad una pietra miliare della darkwave Lustre è sicuramente un disco piacevole, con un paio di pezzi davvero splendidi, la solita grazia di Victoria Lloyd nell’interpretare i brani, arrangiamenti carini con una marcata ma mai invasiva presenza dell’elettronica, un songwriting genericamente buono insieme a qualche stucchevolezza di troppo e a un paio di episodi dimenticabili (su tutti “Into Oblivion”). Partendo dai punti di forza va senz’altro citata “Shine”, un piccolo gioiello dark-pop irresistibile, con un giro di chitarra che cattura al primo ascolto e quel giusto pizzico di elettronica che impedisce di stare fermi sulla sedia. “Shine” rappresenta una vetta che gli altri brani non raggiungono anche se l’album è di media decisamente carino. In Lustre la band ha deciso di ricorrere anche agli archi nell’arrangiamento di alcune canzoni. Abbiamo così “Mercurial” che sembra quasi un pezzo di Enya vista la prevalenza di suoni acustici: è un brano per certi versi spiazzante che all’inizio mi è sembrato davvero brutto ma che poi dopo qualche ascolto ho cominciato ad apprezzare un po’ di più. Più interessante è “Broadcast”, una canzone abbastanza oscura con degli inserti quasi industrial e in cui gli archi fanno giusto dei brevi ma efficaci interventi. Curiosa nei suoni, pieni di glitch e di altri interventi elettronici minimali, è la finale “Washaway” che suona comunque un po’ come un riempitivo. Nonostante qualche incertezza Lustre è decisamente un ritorno felice ed è la dimostrazione della classe di un gruppo sì minore ma sempre onesto con se stesso e i propri ascoltatori.

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