Dead Guitars: Flags

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Ver Sacrum Siamo alle solite. Un solido guitar-driven-dark-rock, nulla di eccezionale, ma ben congegnato, tre membri della Missione a dar man forte su altrettante tracce (il fido Mark Gemini Thwaite, il gregario Richie Vernon e sopra tutto Lui, Signore e Signori Mr. Wayne Hussey), ed ecco che Had ci casca di nuovo. Ma lo fanno apposta? Parte l’opener “Pristine” e provo una stilettata al cuore, di quelle forti che ti fanno temere il peggio, una track (featuring MG Thwaite) memorabile, col solo della sei corde che par non voler mai più terminare. Eccellente prova vocale di Carlo Van Putten (ex-The Convent), della chitarra ho già scritto, basso e batteria la loro parte la fanno, siamo all’AOR del goth? Sisisisi, lo so, cosa avrà di così trascendentale, ma è terribilmente catchy, bisogna convenire. “Watercolours” esalta tonalità beatlesiane, periodo psichedelico, ed avanza pigra come certe giornate di inizio autunno, colla luce del sole che non vuole cedere alle ombre della sera. Non per nulla è Wayne Hussey a collaborare alla buona riuscita di “Isolation”, gradevole episodio in prevalenza acustico (eh, vecchio W.!) che pare estratto dal songbook degli inglesi (coi quali i Dead Guitars divisero gli europei prosceni nel 2007), più che dei semplici padrini per Pete Brough e compagni. Le ben delineate capacità interpretative e compositive rendono piacevole l’ascolto di un disco dalla durata considerevole (un’ora ed un quarto circa per quattordici canzoni complessive), arpeggi liquidi ed un percussivismo mai sopra le righe, discreto ma sempre presente, tracciano il solco nel quale s’inseriscono le vocals, ed il quadro d’ogni uno dei pezzi che via via si susseguono è bell’e definito. Ulteriori citazioni non mancano, e potrete divertirvi ad individuarle, senza soffermarvi troppo a lungo sui più volte citati mentori. “Goodbye wildlife” cresce e v’avvolge nei suoi caldi vapori, rendendo i contorni sfocati, come se visti attraverso un vetro appannato, ancora bucolica psichedelia carezza la delicata “Raise of flags”, percorrendo campi baciati dall’astro, nell’arsura del meriggio estivo che stordisce piacevolmente i nostri sensi. “Slowdown” è garage edulcorato, “Miss America” ricalca le orme di “Pristine”, essendo sua sorella minore, unendosi alla recitata “On a trip to elsewhere” (ehi, in alcuni tratti s’intravvede l’ingombrante sagoma di Damon Albarn, giuro!), otto minuti tra folk americano e canzone d’autore; “Silver cross river” chiama addirittura in causa gli ultimi Marillion (ecco, finalmente l’ho individuata, l’altra fonte è proprio la band di Steve Hogarth!), con la riproposizione del solo liquido e dilatato che è uno dei marchi di fabbrica del quintetto. “Lazy moon” è l’ultima delle dodici composizioni originali, alle quali si aggiungono i due in fondo trascurabili remix di “Goodbye wildlife” e di “Isolation”, curati da Ralphonzo66, più che altro dei riempitivi di una lista già ricca (meglio comunque il primo). Flags è la prova matura di un gruppo che, lo auspico, saprà regalarci ulteriori soddisfazioni in futuro. Le chitarre sono morte? Direi proprio di no!

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