Lisa Gerrard: The black opal

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Ver Sacrum Sulle qualità eccezionali della voce di Lisa Gerrard credo ci sia poco, anzi, direi nulla da discutere: stiamo parlando di una delle voci più affascinanti del panorama musicale di sempre, incredibile per profondità quanto, di fatto, versatile per le numerose ambientazioni in cui riesce ad inserirsi. Inutile anche perdere troppo tempo a parlare del suo passato, sia di quello con i Dead Can Dance che di quello solista (comprese le numerosissime colonne sonore a cui ha partecipato). La sua recente collaborazione con un’altra colonna portante della musica come Klaus Schulze non ha fatto che allargare la sfera d’interesse della musica della cantante australiana. Questo Black opal ci giunge a tre anni di distanza dal suo predecessore come solista, quel The Silver Tree che a me era piaciuto ma che aveva lasciato molte persone alquanto deluse o quantomeno perplesse: stavolta, invece, è il mio turno. Questa nuova fatica, infatti, mi dà l’impressione di essere alquanto tentennante, alternando alcuni brani molto belli (in alcuni tratti la nostra ci riporta ai tempi di The serpent’s egg, come in alcuni frammenti di “Redemption”) ad altri che, sinceramente, non ho problemi a considerare tra i più deboli della sua carriera. L’inizio (“Red horizon”) è bello ma sa un po’ di già sentito; la seguente “The messenger” ha arrangiamenti molto più deboli che non mi convincono granché mentre “In search of lost innocence” è uno dei brani migliori della sua carriera solistica, in cui la voce esplora le tonalità più basse e affascina come solo lei sa fare. “The crossing” riprende lo stile decisamente più etnico, per fortuna in maniera molto convincente, al contrario di “Tell it from the mountain”. “Redemption” ritorna al tipico stile classicheggiante mentre ritengo che gli arrangiamenti simil trip hop di “Black forest” e della cover di “All along the watchtower” non siano all’altezza di una musicista così importante (ben lontani dalla splendida incursione negli stessi territori della sua ex compagna d’etichetta Elisabeth Frazer). “The serpent & the dove” mi piace molto di più, trattandosi di un brano folk con begli arrangiamenti che pecca, forse, solo di poca personalità. Con “Solace” si ritorna in territori decisamente più “lisagerrardiani”, ricchi di quella sacralità che solo la voce della musicista sa infondere, “The maharaja” è potrebbe essere interessante ma dà l’impressione di essere più un bozzetto che un brano compiuto e “Sleep”, che chiude l’album, non è altro che la bella ninna nanna che concludeva i concerti dei Dead Can Dance nel 2005, all’apoca intitolata “Hymn for the fallen”. Per quanto io apprezzi tantissimo Lisa Gerrard, devo dire di essere rimasto in buona parte deluso da questo CD che, forse per la prima volta da quando ascolto la sua musica, non ha mai nemmeno sfiorato la possibilità di finire nella mia playlist di fine anno.

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