Ver Sacrum Mi rendo perfettamente conto che Divanity non costituisce la tazza di the che gli attenti lettori del nostro magazine prediligono sorseggiare in meditata attesa di qualche mirabolante evento, il valore non indifferente di cotanta operina merita comunque un approfondimento. L’inserimento un po’ frettoloso, da parte della label campana, del platter nella generica categoria heavy metal non deve ingannare, bensì potrà giuovare al combo scandinavo, in quanto altrimenti più di qualcheduno, se fosse stato definito, chennessò, sympho/female/fronted/metal, se ne starebbe ben alla larga, guardandosi indi bene di far proprio codesto dischetto argentato. Errore! La truppa convocata dal valido drummer, nonché produttore e songwriter Daniel Flores (Mind’s Eye fra gli altri) conta sulla gradevole voce di Angelica Rylin (a suo agio su diversi registri), sulle chitarre di Daniel Palmqvist, sul basso di Johan Niemann ed in fine sulle onnipresenti tastiere di Andreas Lindahl, costituendo un nucleo ben affiatato e capace di esaltarsi in tracks godibili quali “Follow the rain”, “Bleed me dry” (già ascoltata su singolo), “Kiss of death”, “Destiny” e l’opener “No evil”, ove l’esibizione di tecnica e di buona qualità interpretativa viene comunque messa al servizio della canzone. Brani efficaci che si mantengono a debita distanza dai clichè che il goth/pomp/metal si è (auto) imposto, dall’impianto darkeggiante (ma mai esageratamente obscuro), sul quale si ergono melodie di grande impatto. Divanity inoltre è praticamente esente da episodi più deboli (i cosiddetti filler). Se cercate qualcosa di diverso, una via di fuga dai soliti prodottini pre-confezionati di genere, i TMomS (monicker tratto dal noir “Murder, my sweet”, in Italia “L’ombra del passato”, del 1944) possono fare al vostro caso. PS: menzione particolare per “Death of a movie star”, nelle intenzioni di Flores la “Bohemian Rhapsody” del suo ensemble, anche se i livelli del capolavoro targato Queen sono francamente ben lontani.