Zeromancer: The death of romance

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Ver Sacrum Se “Sinners international” per chi si firma ha rappresentato il vertice qualitativo del 2009, risultando ancora fresca la nomina personale a disco dell’anno, di novità dei norvegesi (teniam pure conto del mini “It sounds like love…”) non ne sentivo ancor la mancanza. Non fraintendemi, cari amici lettori che tanto pazientate sulle mie farneticazioni, gli Zeromancer (che festeggiano i primi due lustri di attività!) continuano ad esercitare un fascino perverso, eppur, v’è qualcosa in The death of romance che ancora, e siamo all’ennesimo ascolto, non mi convince appieno. Ricomincio allora daccapo, e pigio il tasto play. Il gran tiro di “Industrypeople” e di “The hate alphabet” costituiscono una bella coppia d’apertura (anche se è la breve intro “2.6.25” a dare fuoco alle polveri), già la title-track mi pare a tratti forzata, quasi che Moeklebust e soci cerchino a tutti i costi il ritornello vincente, la frase memorabile. Non si discute la cifra stilistica del loro quinto albo, gli episodi as-so-lu-ta-men-te vincenti sono diversi (“The pygmalion effect” a.e.), è che è mancato, questa volta sì, l’effetto sorpresa. “Sinners international” giunse dopo che erano trascorsi sei anni dal suo predecessore “Zzyzx”, ed il ritorno sulle scene dei nostri dodici mesi or sono convinse appieno. Forse è la politica della Trisol, la quale sta letteralmente inondando il mercato con una pletora di pubblicazioni alla quale arduo è stare dietro, che andrebbe rivista, nell’ottica di un totale ricupero dell’obiettivo qualità, la realtà è comunque tangibile, ed il quadro generale che ne deriva non esaltante. Tornando nello specifico a ciò che ora ci interessa, in TDoR manca l’anthem spaccatutto, la melancolia che sovente emerge (“Murder sound”) è inquadrabile sempre e comunque nell’ottica di sonorità mature e personali, che forse proprio per questo poco inclinano a concessioni all’innovazione (“The plinth” decolla a stento, ma quando prende quota non scende più). Ma sarà proprio per questo che gli Zeromancer mi piacciono a tal punto? Forse perché sono un maledetto, nostalgico ed inguaribile conservatore, eppoi “Revengefuck” giunge a scardinare le mie supposizioni, a farmi pentire d’aver solo pensato “… potevano fare di più…”! Ne sono certo, TDoR mi accompagnerà per molti dei mesi a venire, ed infine me lo suonerò tutto! La scaletta scorre, “Virgin ring” è al numero otto, è il momento del potenziale singolone, poi, quando la corsa giunge alla penultima stazione, siamo al colpo di genio: ad una ballatona come “Mint” non si può proprio resistere, lirica, sofferta, sanguinante come una ferita che non vuol rimarginarsi, perché non incide le carni, bensì il nostro animo, nel profondo. Potrei dilungarmi a tesserne le lodi, a sottolineare il suo incedere mesto dettato da una chitarra dolente, da un basso che pulsa come un cuore che soffre, da un cantato ispirato e disperato, a suggellare un piccolo capolavoro di musica obscura. Tanto da far apparire la conclusiva “V”, forse l’episodio concettualmente più affine a SI, un semplice e ben eseguito esercizio di calligrafia. Eppoi, sapete che vi dico? Sono dieci canzoni lunghe, proprio come i vecchi vinili di una volta, senza inutili riempitivi ai quali i ciddì ci sottopongono troppe volte. Perché pretendere di più, quando è così rassicurante affidarsi ad una ricetta conosciuta e collaudata? Poco da aggiungere, Moeklebust, Ljung, Heide, Ronthi e Kristiansen sono dei vincenti, e The death of romance sarà ancora un successo sicuro, il decennale non poteva venir celebrato più degnamente.

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