Velvetians: Plastic glam

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Ver Sacrum Se interpellate un certo numero di critic(on)i musicali, al termine glam vi risponderanno con un gesto di scherno, nella migliore delle ipotesi di schifato fastidio. Come se fosse qualcosa di irritante, di vuoto, sinonimo di pochezza e di fasullo. L’estetica esagerata che prevale sul contenuto, il look che prevarica la musica. E vi citeranno, magari, quei balocchi per adolescenti annoiati che furono gli Slade e gli Sweet, e, sul versante metallico, i Poison od i Tigertailz (butto giù due nomi a casaccio per epoca…). Poi, la carta che giuocheranno con malcelato piglio da “con questa ti stendo”: i Kiss! Eppure il glam, da oltre quarant’anni, più volte dato morto, sopravvive a se stesso ed alle mode, Araba Fenice del music-biz che si ri-cicla e ri-valuta, ed ogni nuova vita corrisponde ad una rinnovata fioritura! Sì, perché allora voi risponderete che i Kiss riempiono ancora le arene, vendono vagonate di gadget, ed ai loro concerti i …enni prevalgono sui più giuovini (che spesso sono i loro figli, vero C*Dex?). E metterete sul tavolo Bowie, Roxy Music, i T. Rex e financo gli Suede! Rivincita assicurata. Viva i pizzi, i merletti ed i lustrini! Che piacciono tanto a noi vetero-gotikoni, per Diana! Fine dell’omelia, tutti a casa… no, che dico! Ci sono i Velvetians, c’è questo Plastic glam che è un manifesto del genere fin dal suo titolo, e qui entra in scena proprio Bret Anderson periodo “Animal nitrate” fasciato di sciarpine di seta, il migliore del suo gruppo (per i pochissimi che non lo conoscono, i succitati Suede), ed è in ottima compagnia, perché i tre umbri (si, sono italianissimi, belli miei) miscelano con estrema cura influenze diverse. Un incrocio (pericolossissimo perché questi pezzi sono ir-re-si-sti-bi-li) di Placebo spogliati dalla tristesse, di Muse, di Flamingoes ma anche Mott The Hoople, e la precedenza va alternativamente ad ogni uno di loro, ed ai tanti altri che seguono. Il tutto risulta, e questo è il bello di PG, assolutamente fresco e (di questi tempi un parolone!)… nuovo. Trentacinque minuti per dieci canzoncine nemmeno tanto plastic come evocato dal titolo perché, tolto il make-up, levati gli orpelli e riposto nell’armadio il boa di struzzo (che Peter Murphy esibiva nel corso del tour di reunion dei Bauhaus del ’99 con bowiana nonchalanche), quivi c’è molta sostanza, tant’è che gli inglesi (che il genere l’hanno inventato) di loro se ne sono già accorti da tempo! Titoli da premiare: “Gamla glam” (giuoco di parole alla ABBA), “Trauma Queen”, “Joy appeal” e “Black river dolls”, ma ascoltatevele tutte!

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