The Mission: Dum-dum bullet

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La vicenda dei Mission si declina ormai al passato, anche clamorosi ripensamenti non muteranno valori consolidati, semmai aggiungeranno solo alcuni stanchi capitoli ad una biografia autorevole. A chi giova una nuova raccolta dell’ensemble inglese cha ha tracciato le coordinate del goth rock più guitar driver, elegante e magniloquente? Alla SPV, sopravvissuta ad una crisi che pareva senza sbocchi? A Wayne Hussey, recentemente sul mercato con un disco solista umbratile ed intimista, segno di una svolta dettata dalla maturità, dalla volontà di esprimere le proprie emozioni, di denudare l’animo, in una ricerca dell’essenza stessa della sua poetica? Sono domande che si possono tranquillamente lasciare senza risposta. Chi vi scrive è sicuramente conscio che i bei tempi andati dell’epica rurale di “Children” o delle cavalcate imperiose come “Over the hills and far away” o “Deliverance” sono trascorsi per sempre, e lo affermo da cultore del verbo missionario, tanto da accontentarsi alla bisogna pure degli epigoni (Funhouse, Star Industry…), pur di placare l’arsura dettata dalla momentanea assenza di materiale fresco. Wayne Hussey voleva fare la rock-star. Nelle interviste citava come modello (di successo) The Cult, pronti a ricevere gli omaggi di un successo planetario sulla spinta del best-seller “Love”. La convivenza con il dispotico (a suo dire) Eldritch nei Sisters Of Mercy non poteva non sfociare in un clamoroso divorzio. Hussey non voleva limitarsi a suonare la chitarra, voleva cantare, pretendeva un ruolo di maggior rilievo, impossibile proseguire oltre, ecco che dalla RAI l’allor giuovine Hadrianus apprese che erano nati i Sisterhood. Monicker che l’astuto Eldritch riuscì a soffiare al suo vecchio sodale, con mossa memorabile, dispetto degno d’un bimbo viziato e capriccioso. Ecco allora The Mission, altro appellativo geniale ed adattissimo, più della cosiddetta prima scelta. Un quartetto solido, col leader affiancato dai bravi e devoti Hinkler/Adams/Brown, una propria e personale visione del goth che trovò la sua sublimazione, più che nei primi singoli e che nel valido esordio, in quel già citato “Children”, lavoro che profuma di brughiera ammantata dalla nebbia, con gli stivali che affondano nel soffice strato di muschio e di zolle appena rimosse. La perfetta coesione gruppo/produttore (John Paul Jones, l’anima più libera e curiosa dei giganti Led Zeppelin) produsse un’opera mirabile e compatta, tuttora ineguagliata. Ma per chi vi scrive nulla va tralasciato, nemmeno i cosiddetti minori “Neverland”, “Masque” o “Blue”, episodi tutti fondamentali per comprendere appieno l’evoluzione artistica e personale di Wayne Hussey. Ed eccoci allora a Dum-dum bullet, eccoci a questa manciata di songs (tredici per l’esattezza, ma da qualche parte ho letto di una track-list di quattordici… boh, mistero della discografia che non sono ancora riuscito a dipanare) alcune fino ad ora assolutamente inedite, prossime più alle atmosfere di “Bare” (“Stranger in a foreign land”) che al primordiale spirito-Mission. Extra-track dall’EP “Keep it in the Family” e dal singolo “Blush”, una “Aquarius & Gemini” versione a capella, fra le nuove belle “So many things”, “Room 22”, “The earth you walk upon”. Nulla comunque, ci tengo a precisarlo e lo faccio da fan, di trascendentale, solo una ghiotta occasione per riempire l’ennesimo tassello di una onorata discografia, un disco che i Missionairies sparsi pel mondo faranno certamente loro; eppoi, giudicar l’utilità o meno dell’operazione non è question che mi riguarda.

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