Moonlight Festival 2010

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Sigue Sigue Sputnik a Fano, Foto di Federica Atzori

Seconda edizione del Moonlight Festival di Fano, apprezzabile (anche se indubbiamente migliorabile) e meritevole tentativo di cercare di organizzare anche nel Bel Paese un evento musicale (e non solo) simile a quelli che costellano il resto d’ Europa. Le principali differenze rispetto all’edizione dello scorso anno (per lo meno quelle che può aver ravvisato chi, come me, l’anno scorso non c’era) sono un cast maggiormente eterogeneo, la location dei concerti (dalla zona del Porto di Fano si è passati all’aeroporto) ed il fatto che quest’anno l’evento non sia più gratuito. Il cast dicevamo…personalmente sono solo tre i gruppi che hanno motivato il mio viaggio (Derniere Volonte, Covenant e Ianva, tutti in programma in giornate diverse), con l’aggiunta della performance di Peter Hook che in occasione del trentennale della scomparsa di Ian Curtis ha deciso di portare in tour, “Unknown Pleasures” (questa è un’anteprima, ma lo show tornerà in Italia a Novembre per tre date): un’iniziativa che probabilmente a molti farà storcere il naso, ma che innegabilmente non può che intrigare chi con certe sonorità è cresciuto.

Giovedì 8 Luglio

La giornata di giovedì è quella col cast più debole e sarà per di più caratterizzata da uno spiacevole inconveniente tecnico. Arriviamo all’aeroporto grazie al bus-navetta istituito dagli organizzatori del Festival (questa è stata indubbiamente un’ottima iniziativa, che ha affrancato molti dall’uso dell’auto, visto che il bus faceva la spola tra la zona del festival ed alcuni punti della città, ininterrottamente dalle 18 alle 4) quando gli ATOMIZER non sono ancora sul palco. Ovviamente non vi è molta gente (l’affluenza andrà progressivamente aumentando nel corso delle tre giornate, per raggiungere un bel colpo d’occhio nella giornata di sabato) e nell’attesa del primo show, diamo un’occhiata agli stands presenti (non molti a dire il vero) di dischi ed abbigliamento ed alla zona ristorazione. Lo scenario può ricordare, in scala minore, quello del Mera Luna, con il vantaggio che qui siamo su un prato, ma con lo svantaggio che il posto risulterà forse sin troppo grande e di conseguenza dispersivo. Chicca finale che avremo modo di scoprire sulla nostra pelle (è il caso di dirlo) è la clamorosa escursione termica che ci attenderà al calar del sole: dalle torride temperature pomeridiane, si passerà ad un freddo intenso, amplificato dall’umidità e dal vento, del resto siamo in mezzo ai campi.

Arriva quindi il momento degli ATOMIZER, duo formato da Jonny Slut e Fil Ok; ammetto che sino ad oggi tutto ciò che sapevo di loro è che facessero musica elettronica, ma non avevo mai avuto modo di ascoltati. Mi basteranno un paio di brani per capire che non mi sono perso nulla, vista la mediocrità della loro musica, imbarazzante come lo squarcio nei pantaloni del cantante, che ci offre una poco gradita panoramica sulle sue mutande. Ma facciamo un passo indietro… dopo due brani, i nostri lasciano il palco per non meglio precisati motivi (c’è chi dice che non gradissero la poca gente presente, ma questa è una voce tutta da verificare), fatto sta che torneranno sul palco solo dopo due ore circa, perché nel frattempo l’impianto è saltato. Chi si trova sul posto, non capisce subito cosa è successo; il tempo intanto passa e le voci cominciano a rincorrersi, finché viene “ufficializzato” il problema tecnico (manca la luce!) I contrattempi possono sempre capitare, ma forse non sarebbe stato male prevedere un generatore di riserva, anche perché come avremo modo di vedere, il problema si ripresenterà sabato, anche se fortunatamente per un periodo ben più limitato.

Risolto il problema tecnico, gli Atomizer completano in maniera assolutamente anonima la loro performance e dopo una breve pausa è la volta dei JOY/DISASTER, band francese con tre album all’attivo ed è proprio sul più recente “StayGatow” che sarà imperniato il loro live-set. Vengono presentati (uhm.. mi ero scordato di parlarvi del presentatore del Festival, ma rimandiamo a dopo questo compito) come una commistione tra Interpol, Editors e Placebo, ma rispetto a questi gruppi il loro sound è molto più tirato e privo delle melodie che caratterizzano le bands della nuova ondata new-wave; qui siamo invece in territori decisamente post-punk, con brani brevi ed aggressivi per un concerto che mi lascia totalmente indifferente. Apriamo ora una parentesi per parlare di Patrick Rizzi, il presentatore del Festival (un “bravo presentatore” per citare il personaggio di Nino Frassica che i meno giovani certamente ricorderanno); a lui è affidato il compito di introdurre ogni band con delle brevi schede. Io non so se fosse lui l’autore di tali presentazioni o se qualcun altro abbia scritto certe scempiaggini, fatto sta che il povero Patrick diventerà già dopo la prima sera lo zimbello del pubblico. Con tono di voce decisamente impostato, quasi fosse una caricatura teatrale, il nostro dividerà la musica (per lo meno quella proposta al Moonlight) in due unici settori: “classic sound” ed “elettro sound”, bianco o nero insomma, e non mancheranno chicche come scomodare il termine “industrial” per i Sigue Sigue Sputnik o definire gli Atomizer “inventori della musica elettro” e sbagliare clamorosamente la pronuncia del nome degli Ianva (a dimostrazione che non sapeva nulla di loro). Indubbiamente uno dei personaggi “culto” di questo Festival!

Torniamo ai concerti; inversione di scaletta ed ecco i SIGUE SIGUE SPUTNIK. Credo che la band di Martin Degville non abbia bisogno di presentazioni e devo dire che a conti fatti risulteranno una delle note meno stonate (definirli “positivi” mi pare troppo) del Festival; la band inglese infatti proporrà né più né meno ciò che da loro ci si aspetta, ovvero una divertente baracconata, senza pretese artistiche. Più che altro mi chiedo che senso abbia invitare certa gente, più adatta forse a retrospettive sul trash degli anni’80 che non funzionale ad un Festival che voglia valorizzare la musica “alternativa”. A ogni modo, Martin & co. non si risparmiano, né dal punto di vista visivo (le foto parlano da sole) nè da quello (ehm….) musicale, proponendo, tra le altre, i due hits principali della loro carriera (“Love Missile F-1-11″e “21st Century Boy”). A DERNIERE VOLONTE il compito di chiudere la serata; Geoffroy D. ha appena realizzato “Immortel”, nuovo album che segna una svolta prettamente “elettro” nella discografia del progetto francese e che certamente non è all’altezza dei suoi precedenti dischi. Purtroppo anche i brani eseguiti stasera (una bella scaletta per altro, che attinge dai vari album di DV) sono caratterizzati da arrangiamenti che intaccano il valore dei pezzi e lo stesso Geoffroy non mi pare in gran vena; anche il pubblico non segue con particolare trasporto il concerto, tanto che il nostro ad un certo punto scenderà dal palco e bacerà praticamente tutti (uomini e donne) quanti stanno in prima fila, nel tentativo (quanto meno io l’ho così interpretato) di rianimare un concerto decisamente fiacco e deludente sotto molti punti di vista. Del freddo che ormai grava sulla zona ho già detto ed è anche per questo che la maggior parte dei presenti abbandona l’area appena il concerto è finito, senza fermarsi per la serata danzante. Con un bilancio quindi decisamente negativo cala quindi il sipario sulla prima giornata del Festival.

Venerdì 9 Luglio

L’ Antico Impero è un locale nel centro di Fano in cui nei pomeriggi delle tre giornate del Festival si tengono conferenze e presentazioni di libri. Appuntamento per me imperdibile di oggi è la presentazione di “Nascosto tra le rune” (Tsunami Edizioni), biografia di Death In June scritta da Aldo Chimenti, autorevole giornalista musicale ed indubbiamente la persona più adatta in Italia, ad assolvere tale compito. La breve conferenza di presentazione del libro viene seguita da un pubblico attento che (prima e dopo) non manca di acquistare l’ottimo volume; dal canto mio non posso che invitare ogni fan del progetto di Douglas P. a fare altrettanto! La seconda giornata del festival (con pubblico come prevedibile aumentato rispetto a ieri), si apre con un’altra formazione proveniente dai primi anni ’80 ed il cui sound è palesemente post-punk. I RED ZEBRA sono belgi e sono uno dei diversi gruppi di quest’edizione che ammetto di non conoscere affatto. Pur non incarnando il mio genere musicale preferito, si producono in uno show onesto e per alcuni tratti anche godibile che lascia soddisfatti i loro fans (alcuni li hanno seguiti dal Belgio!!); certamente molto meglio loro dei Joy/Disaster visti la sera precedente. E’ ora la volta di uno dei gruppi storici della scena italiana, DIAFRAMMA. Dal canto mio, ho smesso da moltissimi anni di seguire la band di Federico Fiumani (oggi sul palco in trio) ed ho sentito pessimi resoconti sui loro più recenti concerti. I Diaframma si giocano subito il cavallo di battaglia “Siberia”, a mio parere una delle più belle canzoni di tutta l’epopea dark-wave italiana e non; in repertorio altri classici del periodo migliore della band fiorentina, per poi proseguire col repertorio più recente e “gridato” certamente non all’altezza del repertorio più datato. Fiumani si congeda dal palco in maniera per altro piuttosto antipatica, inficiando così il giudizio complessivo su un concerto che tutto sommato è stato meglio di quanto mi potessi aspettare.

E’ ora la volta di una delle mie elettro-band preferite, i COVENANT . Il trio svedese (Eskil Simonsson è coadiuvato da Daniel Myer -aka Haujobb- ed un nuovo elemento… che fine ha fatto Joachim Montelius?) gioca in trasferta in quanto il pubblico del Moonlight è in massima parte composto da gente che con l’elettronica (“elettro sound” come direbbe il caro Patrick!) non ha gran confidenza. Alla resa dei conti i Covenant suoneranno infatti in un contesto di generale indifferenza, supportati da 20-30 fedelissimi (tra cui il sottoscritto) che comunque svolgono bene il loro compito, se è vero che la band ci concederà ben due bis. In scaletta (a seguire), alcuni classici del loro repertorio e due pezzi dal nuovo “Modern Ruin”, annunciato in uscita a Settembre. Eskil si dà un gran da fare a cercare di smuovere l’audience e coinvolgere più gente, ma è una missione impossibile e così il concerto, nonostante la professionalità dei Covenant ed una discreta scaletta, non riesce a decollare pienamente. Un vero peccato.

Setlist Covenant:

Stalker/ 20hz/ Dinamo Clock/ Invisibile and silent/ If I would give my soul / The Men/ Ritual Noise/ Call the ship to port/ We stand alone

A chiudere la serata sono i A CERTAIN RATIO, uno dei nomi di punta (almeno sulla carta) del cast di quest’edizione. Con la formazione britannica torniamo ai primissimi anni’80 e al periodo d’oro della Factory Records. Pur conoscendoli di nome, non ho mai ascoltato i loro dischi; la commistione tra il post-punk degli esordi e le successive contaminazioni col funky di cui ho letto, si rivelerà precisa e veritiera; dal canto mio, pur non avendo nulla da obbiettare sulla bravura dei musicisti, non apprezzo affatto la loro musica ed anche questo concerto non mi coinvolge assolutamente. Da censurare poi, il brano eseguito nel bis che chiude la serata: un brano più adatto al Carnevale di Rio che non ad un festival di musica dark-wave!! La presenza in cartellone di questo gruppo, alla luce di quanto sentito stasera, giustifica critiche sulla composizione del cast di questo Festival. Un roster a mio avviso troppo poco attento alla realtà musicale attuale (italiana e non) e troppo legato a nomi del passato (alcuni per altro non certo di primo piano). Le scelte stilistiche degli organizzatori del Festival erano chiare sin dalla prima edizione, questo è chiaro, ma se si vuole attirare un maggior pubblico e cercare quanto meno di avvicinarsi ai grandi Festival musicali europei, bisogna rinnovare ed arricchire il cast delle prossime edizioni, possibilmente con un occhio di riguardo maggiore alla qualità ed ai valori attuali. Nonostante stasera si ci sia attrezzato per contrastare il freddo, lasciamo l’aeroporto poco dopo la fine dei concerti; voglia di ballare ve n’è poca e la zona adibita a dancefloor è totalmente inadeguata (un rettangolo sul prato nemmeno troppo capiente).

Sabato 10 Luglio

Covenant a Fano, Foto di Federica Atzori

La giornata conclusiva del Festival è corredata da una buona affluenza di pubblico, anche se l’area dell’aeroporto è così ampia da risultare inevitabilmente dispersiva, come ho già avuto modo di sottolineare. La serata viene aperta dal duo tedesco SCHWEFELGELB. Non li conoscevo e si riveleranno una bella sorpresa; i due ci propongono elettro-sound minimale, ritmato e coinvolgente, in piena sintonia con la cosiddetta Neue Deutsche Welle. In alcuni brani sul palco si palesano due individui che indossano strane maschere e che coi loro bizzarri movimenti regalano al concerto anche un suggestivo impatto visivo. Divertenti. E’ ora la volta di IANVA, senza dubbio uno dei nomi più “caldi” e più validi della scena italiana, anche se come spesso accade, gli stranieri sembrano saper apprezzare meglio di noi i talenti che abbiamo in casa. Dal mio modesto punto di vista infatti, la band genovese avrebbe meritato il ruolo di headliner di una di queste serate, ma tant’è….. Il dato di fatto è che c’è grande attesa per il loro concerto e molta gente è qua solo per loro (il concerto verrà seguito da un pubblico fedele ed appassionato, che canterà tutti i brani e che non mancherà di far sentire con chiara voce il consueto “PRESENTE!” ne “La Ballata dell’Ardito”). Purtroppo, nel bel mezzo del concerto, sulle prime note di “Di nuovo in armi”, un nuovo black-out interrompe l’esibizione e nel buio ed in quegli attimi di sorpresa, rabbia e sbigottimento, c’è spazio pure per i vaneggiamenti di un paio di contestatori che inveiscono contro IANVA inneggiando a “rock’n roll e new-wave”, con inevitabile corredo di deliri pseudo-politici. Inutile dire che, rimbrottati da alcuni sostenitori della band genovese, si dilegueranno nel buio con la stessa rapidità con cui si erano palesati. L’ennesima dimostrazione che ignoranti, prevenuti e disinformati non mancano mai.

Dopo venti minuti circa il concerto riprende (Stefania non mancherà di commentare sagacemente l’incursione dei contestatori, invitandoli per altro a mostrare il volto ed a salire sul palco se hanno qualcosa da dire… ovviamente,l’ invito non verrà raccolto); è dura ricreare l’atmosfera che il black-out ha spezzato, ma gli IANVA ed il loro pubblico ci riescono e così possiamo gustare gli ultimi episodi di un concerto tanto bello quanto troppo breve. Acclamati a piena voce dai loro fans, gli IANVA tornano sul palco per salutarci, ma ahimè, non vi è tempo per altri brani. Dopo averli visti per la prima volta a Mannheim alcuni mesi fa, sono contento di averli potuti apprezzare ancora una volta dal vivo; la perizia dei musicisti, la validità delle voci di Mercy e Stefania e la bellezza dei loro testi (ah, quanta gente non legge i testi o non vuole capirli!) fanno degli IANVA una band dal valore assoluto e questo, al di là della mia dichiarata passione, è un dato di fatto! Alla prossima, in Italia o altrove, sperando di non dovere attendere troppo a lungo.

Setlist IANVA:

Intro: LA STAGIONE DI CAINO / NEGLI OCCHI D’UN RIBELLE / BORA / LUISA FERIDA / IN COMPAGNIA DEI LUPI / COLPO DI MAGLIO / LA BALLATA DELL’ARDITO / DI NUOVO IN ARMI / TANGO DELLA MENADE / MURI D’ASSENZIO / DOV’ERI TU QUEL GIORNO?

Non conoscevo i THE NAMES, altra band belga che negli anni ’80 ebbe l’onore di entrare a far parte della Factory. Nella vita c’è sempre da imparare, ma col tempo mi sono convinto che tutti i nomi più importanti e validi della dark-wave e del post-punk, mi sono stati fatti conoscere a suo tempo dai miei maestri e dalle mie ricerche. Insomma, l’ascolto della musica dei THE NAMES non ha certo indotto nel sottoscritto il rimpianto per essere arrivato al 2010 senza sapere nemmeno della loro esistenza. Seguo la loro esibizione dalla zona bar e mi perdo quindi la chicca di una dedica ad Asia Argento…. Mahh! Eccoci finalmente al vero evento di quest’edizione del Moonlight Festival. In occasione del trentennale della scomparsa di Ian Curtis, PETER HOOK ha deciso di portare in tour l’esecuzione integrale di “Unknown Pleasures” (ed altri pezzi dei Joy Division). Operazione di dubbio gusto? Mera mossa commerciale? Può darsi, ognuno la pensi come vuole, fatto sta che per chi è cresciuto con l’immortale musica dei Joy Division, per tutti quelli per cui questa non è solo musica, ma molto di più, la curiosità non può che essere grande. Alla vigilia le mie perplessità vertevano più che altro sull’interpretazione vocale; chiunque del resto sarebbe uscito sconfitto dal confronto con la voce di Ian Curtis e Peter Hook (che tutto è fuorché un cantante), fa la sua parte, evitando giustamente di scimmiottare Ian Curtis. Se la voce non è certo perfetta, l’esecuzione strumentale è invece impeccabile e soprattutto, il valore emotivo dei brani è innegabile. La scaletta la potete leggere voi stessi, ogni commento è superfluo: emozioni e ricordi che si accavallano e quando sento “New Dawn Fades” e “She’s Lost Control” ho la pelle d’oca, ma non per il freddo. Agli acclamatissimi bis “Transmission” e “Love will tear us apart” il compito di chiudere trionfalmente il concerto. Operazione nostalgia conclusa con successo insomma e per quanto mi riguarda, ho deciso di non mancare alla data milanese (quando Peter Hook e la band che lo accompagna tornerà in Italia per tre date) di Novembre.

Setlist Peter Hook:

At a later date / Warsaw / No Love Lost / Leaders Of Men / Failures / Digital / Glass Disorder / Day Of The Lords / Candidate / Insight / New Dawn Fades / She’s Lost Control Shadowplay / Wilderness / Interzone / I Remember Nothing / Transmission / Love Will Tear Us Apart

Nel corso dell’articolo mi sono già pronunciato su ciò che ritengo abbia funzionato e cosa no. In conclusione, mi permetto di ribadire alcuni concetti (per altro condivisi da buona parte delle persone con cui ho avuto modo di confrontarmi) per migliorare la già confermata l’edizione del 2011. Partiamo dalla location: anche se dispersiva, non è male: ha la potenzialità per accogliere veramente molta gente. Perché ciò accada (come e più che nella giornata di sabato), si deve lavorare meglio sul cast. Mi rendo conto che questo tema è molto soggettivo e sensibile ai gusti personali, ma ritengo che una più attenta realtà ai valori contemporanei, spaziando tra tutti i sottogeneri dell’universo oscuro non potrebbe che giovare al successo del Festival. Da migliorare è certamente lo spazio “dancefloor”; pur non essendo particolarmente interessato a questo aspetto, è stato unanimemente riconosciuto che la zona di quest’anno era totalmente inadeguata. Migliorare la qualità del cibo, anch’esso veramente mediocre; aumentare gli stands di dischi e abbigliamento; le schede di presentazione dei gruppi vanno riviste (tanto per usare un eufemismo…); ed infine la cosa più importante: guasti tecnici così gravi, non sono ammissibili. Confidiamo che gli organizzatori sappiano far tesoro di critiche legittime ed oneste, mosse solo dal desiderio di avere un bel Festival anche in Italia. Buon lavoro.

Ianva a Fano Foto di Federica Atzori

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