Bloody Mary: Party music for graveyards

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Temo che molti frettolosamente paragoneranno Party music for graveyards all’ultima uscita dei finnici The 69 Eyes. Errore imperdonabile, se analizzaimo con cura i contenuti di questo disco e, sopra tutto, la concreta sostanza che ha differenziato quanto prodotto dai due insiemi in questi anni. Jyrki(e) 69 e devastati soci dagli esordi sleazy/street ben documentati da “Motor City resurrection” di strada ne hanno compiuta davvero tanta, prima di giungere al loro più recente “Back’n’blood”, riuscendo a sintetizzare ardori dei primi anni (ed il malcelato, ovvio affetto nei confronti dei padrini Hanoi Rocks) e melancolie goth a la “Blessed be” anche e sopra tutto grazie all’opera del produttore Matt Hyde. I nostri Bloody Mary una spiccata attitudine hard/glam/goth la hanno sempre manifestata, ed il terzetto iniziale “Velvet”, “Better down” e “Sobibor” è qui a dimostrarlo, con cori possenti, cantato enfatico ed un istrumentismo serratissimo a fare da colonne portanti d’una architettura essenziale come il cenotafio d’un martire. Il tutto virato chiaramente al nero, come il tema del disco e l’innata natura dei musicisti pretendono. Eccoci appunto ai contenuti lirici di PMfG, sintetizzando, le humanissime vicissitudini di uno scienziato che, nei primi anni Trenta, sta compiendo i suoi studi in compagnia dell’amata la quale, colpita da esiziale male, lo abbandona per sempre. L’uomo non si rassegna, cercando di creare la copia perfetta della donna, per questo pure recandosi nel cuore della notte nei cimiteri a disseppellire cadaveri di giuovinette, dai quali ricuperare ghiandole, parti di cervello, nervature. “Somebody to love” è cadenzata e drammatica, poggiando su d’un ritornello possente, scurissimo ed epico, ed è uno degli episodi centrali di Party music for graveyards, una canzone pregna di cupa ed autoindulgente magniloquenza che ben esplica il concetto che il combo ha voluto evidenziare, quale cardine dell’intiero disco: è la storia narrata a costituire la vera colonna sonora, il suono è il protagonista, ed ogni singolo brano narra le emozioni che lo studioso, reso folle dal dolore e sopra tutto dagli abusi, prova nella sua discesa lenta ed inesorabile negli abissi più profondi della depravazione, in un orgiastico rituale di Morte e dissennatezza. La bellissima “The right way” sottolinea la destrezza di Aldebaran e compagni nel comporre brani non banali, svelando le notevoli potenzialità dei BM, i quali evidentemente non si accontentano di svolgere con diligenza l’istesso compitino all’infinito. Il misurato uso dell’elettronica ed estrose soluzioni ritmiche fanno apprezzare Party music for graveyards (dall’artwork burtoniano) e rivelano particolari e sfumature che contribuiscono a definire perfettamente la variegata tavolozza sonica creata dalla musica dell’insieme, relazionandosi ai marchi di fabbrica peculiari di Zeromancer e Deathstars (“Gettin’ older”). In questo contesto, l’anello debole della nera catena pare proprio “Pet semetary”, cover dei Ramones (beh, non serviva puntualizzarlo di certo…) già presente sull’eppì “Dig up for the party” del 2007, non a caso l’unica canzone non made by Bloody Mary. Perché i nostri sanno evidentemente cavarsela benissimo da soli…

Per informazioni: www.valeryrecords.com, www.myspace.com/bloodymary
Web: http://www.bloody.it
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