Interpol: Interpol

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Se ci sono un gruppo ed un disco a cui va dato il merito di aver riportato in auge la darkwave, questi sono indubbiamente gli Interpol ed il loro album d’esordio, “Turn on the bright lights”. Da quell’ottimo disco sono passati ormai otto anni e se il revival di certe sonorità e sempre piu’ in voga (evidenziando in primis la crescita irresistibile degli Editors, che pur con il loro ultimo disco si sono un pò staccati da questo filone), gli Interpol sembrano invece aver perso la bussola e non essere ancora riusciti a riprendersi dal successo di un esordio così fragoroso. I successivi “Antics” e “Our love to admire” avevano raccolto pareri contrastanti, tanto da parte della critica quanto tra i fans, normale quindi l’attesa per questo disco, intitolato con lo stesso nome della band, cosa che di solito avviene per gli album d’esordio. Questa scelta voleva forse sottolineare la voglia di ripartire da zero? Di certo non siamo in presenza di una svolta stilistica pari a quella compiuta dai già citati Editors con l’eccellente “In this light and on this evening”: il sound è sempre tipicamente Interpol, con la voce di Banks ad inseguire sempre il fantasma di Ian Curtis e le atmosfere sono ora piu’ che mai cupe e sofferte, ma purtroppo il livello delle canzoni è abbastanza modesto, per quello che pare essere un mero esercizio di stile ed anche dopo ripetuti ascolti “Interpol” non decolla e non entra mai nel vivo. Se l’iniziale “Success” è un bel pezzo che lascia ben sperare, le successive “Memory serves” e “Summer well” sono episodi decisamente interlocutori e tutt’altro che memorabili; “Lights” (primo singolo estatto dal disco) è indubbiamente il miglior pezzo dell’album e questa sì, sembra farci tornare ai fasti del primo album, ma già la successiva “Barricade” (secondo singolo) riabbassa i toni e torna ad incanalare l’album nei binari della mediocrità che contraddistinguono anche la seconda metà del disco con l’eccezione della sola “Try it on”. “Interpol” ci trasmette la sensazione di un gruppo stanco, infilatosi in un vicolo cieco da cui non si intravedono possibilità d’uscita.

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3 comments

  1. antz 28 Settembre, 2010 at 09:04

    condivido il punto di vista. Album molto deludente a parte l’ultima track. Contrariamente agli editors qhe hanno saputo evolvere sempre in ambito coldwave/postpunk con elementi electro, gli Interpol perdono un bassista e continuano a stagnare dal secondo album, peccato, Consiglio invece il nuovo ep dei Mirrors in ambito nu-newwave;)
    http://www.myspace.com/mirrorsmirrorsmirrors

  2. Fabio 29 Settembre, 2010 at 19:25

    Continuo a leggere recensioni molto critiche riguardo al disco in questione. Certo, peggio sarebbe il consenso universale: di solito, è un brutto segno…
    Gli Interpol non sono un buon gruppo: sono un GRANDE gruppo. E questo, qui e ora, è un GRANDE disco.
    Ma gli Interpol non sono certo un gruppo per tutti (per fortuna). Ancora una volta, nella storia della musica popolare, si tratta di affinità spirituale: o c’è, e allora “one gets it” (come si dice in inglese), oppure è probabilmente inutile tentare di giustificare il valore del gruppo e del disco a chi vi è estraneo.
    Forse è ora che i critici musicali, più che offrire opinioni ed impressioni, offrano informazioni, FATTI, lasciando al potenziale ascoltatore la possibilità di giudicare un disco.
    E un FATTO rimane che ancora non ho letto una recensione che sottolinei il lavoro svolto, nei dischi di Interpol, sulle strutture musicali, sulle armonie, sul ritmo e sugli arrangiamenti. Fattori che caratterizzano questo gruppo. O un’analisi sullo stile di scrittura di Banks, molto interessante.
    Int4pol è un disco difficile, per molte ragioni: è il più ostico, e rivendica la propria dignità di “album”. Dimostra coerenza e coraggio. Nel 2010, ciò non è poco.
    Auguri,

    F:

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