Moth's Tales: Burying Ophelia

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Seppellendo OfeliaQuarto disco, traguardo irraggiungibile per la maggior parte dei gruppi italiani underground. Ma non per i Moth’s Tales. Fin dagli albori della loro esperienza contraddistintisi per una caparbia determinazione, i miei corregionali hanno saputo superare abbandoni (della brava singer Caterina Signor) e disillusioni (etichette discografiche, non aggiungo altro, chi sa, sa) aggiungendo un altro decisivo capitolo d’una lunga carriera edificata ponendo con cura mattoncino su mattoncino, saldandolo l’uno all’altro coll’irrinunziabile esperienza accumulata sui palchi più disparati con meticolosa partecipazione, cementando così un assieme che proprio nella  naturale coesione trova la forza di ripartire (una alchimia sottile ma resistente). Unione ogni volta accresciuta dall’ulteriore consapevolezza nei propri mezzi e da una genuina umiltà della quale molti dovrebbero far tesoro, una riservatezza che sfiora la pudicizia, un incedere in punta di piedi senza abbandonarsi a improduttive millanterie. Un trio che con la compilazione “Three – in session” del 2009 ha voluto imprimere una svolta importante al proprio corso, nei suoni e nei contenuti d’una proposta che non guarda al passato con nostalgia irrepressa, ma che a questo fa risalire le fonti della propria ispirazione, che ad oggi non conosce isterilimenti. Michele Rossi è front-man autorevole, la doppia veste di cantore/chitarrista non pesa sulle sue spalle solo apparentemente esili, Roberto Battilana è bassista solido ed efficace nel sovrapporre le linee melodiche del suo strumento all’ordito semplice e gradevole che tesse assieme ai suoi compagni (“Pulled up” che live assume epici connotati pur nella ridotta dimensione della line-up), Miguel Gazziero si distingue proprio per il suo stile personale in un ambito, quello del dark rock, rigidamente disciplinato da codici severissimi, essend’egli dotato di un tocco potente ma duttile. Ne scaturisce Burying Ophelia, anticipato dall’omonimo singolo, ed i tre in copertina, nei dagherrotipi di Rossano Bertolo, paiono emergere dalle brume d’un passato contadino fatto di tradizioni e di riti ermetici, come quello della campestre sepoltura dell’Ofelia in titolo citata. Ambiente villereccio che collega il recitato di “Nursery rhyme” (titolo glorioso) al Pupi Avati de “L’arcano incantatore”, in una celebrazione delle paure e delle occulte liturgie agresti tanto care a quel Maestro. Zolle feconde che ricoprono un corpo inanimato, che nelle viscere di Madre Terra genereranno nuova vita, nel cerchio apparentemente monotono, inarrestabile si spera, dell’alternarsi delle stagioni dell’umana vicissitudine. Tanto che i brani di Burying Ophelia, dalla produzione eccellente (degli istessi MT e di Enrico Berto, mastering di Neil Pickles, Londra), si susseguono senza che una gerarchia di gusto o di efficacia li identifichi, potendo così imbattersi, nello scorrere della scaletta, in episodi di grande presa emotiva anche quando il dischetto sta concludendo la sua corsa, si ascolti la finale “Catch the blur” col suo epilogo mesto drappeggiato di tinte psichedeliche (quelle tanto care ad Echo And The Bunnymen…). Tra i due estremi, da citare pezzi di mollica abbandonati sul selciato, come la sontuosa “Icebound” che rievoca la poetica disillusa di Dirk Sonnet e dei suoi Swans Of Avon o la mia preferita (dovendo citarne una) “Cloudcover” (perché ispesso mi sperdo osservando i nembi…). Che si riallaccia idealmente all’overture “The fire” dal lungo intro, in un richiamarsi e citarsi incessanti, strisce di stoffa che andranno a comporre un unico paramento. Il giuovarsi ancora una volta del sapiente creatore di landscapes sonori onirici e visionari Tony Longheu (“Le Corbillard” richiama le immensità del deserto addormentato evocate nella porzione istrumentale di “Gone to Earth” da David Sylvian, Bill Nelson e Robert Fripp) ha consentito al terzetto di confezionare un’opera di notevole spessore artistico, d’una consistenza che rimanda ai manufatti artigianali, perfetti nella loro naivetè intagliata nel legno profumato da mani capaci, che infondono un senso di stabilità, come il focolare accogliente tanto caro a noi friulani. Le nubi si rincorrono veloci nel cielo che promette la tanto agognata pioggia, la gleba rimbomba cadendo pesante sulle assi della bara, ci si stringe attorno alla fossa, cercando nel suo fondo le risposte ai segreti dell’Esizio. Seppellendo Ofelia…

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