Il ritorno di Shikhee e del suo progetto Android Lust arriva a ben quattro anni di distanza dall’ultimo episodio di questa artista, nata in Bangladesh e naturalizzata americana. Ad un primo ascolto la prima cosa che appare evidente è la sensualità che traspare dalle melodie di questo CD, pregno com’è di atmosfere languide su cui si posa la voce morbida e spesso ammiccante di Shikhee. Altro elemento caratterizzante è l’approccio molto più rock-alternativo che electro-industrial, nonostante l’artista, senza mai calcare la mano, abbia inserito frammenti elettronici, rumorismi vari, fornendo sempre un condimento “ruvido” a tutte le composizioni di The Human Animal. E’ evidente come con questo disco Android Lust si collochi in una terra di mezzo tra le scene: potenzialmente è un album che può funzionare in ambito indie o tra gli appassionati del rock più alternativo e contaminato, mentre è d’altra parte sempre evidente nel CD l’origine oscura dell’artista e le suggestioni electro-industrial più care ai suoi vecchi fans. Se per Android Lust si sono sempre usati i Nine Inch Nails come termine di paragone, per alcuni episodi di The Human Animal non è peregrino scomodare i Radiohead più sperimentali. Ma com’è il CD vi chiederete a questo punto? Si tratta indubbiamente di un lavoro di ottima fattura, che va comunque ascoltato con attenzione più e più volte per superare un’iniziale diffidenza che alcuni episodi possono provocare. Se infatti ci sono brani che conquistano immediatamente e anzi figurano tra le vette compositive dell’opera di Android Lust, altri pezzi invece, come l’iniziale “Intimate Stranger”, “Into The Sun” con la chitarra acustica in primo piano o “A New Heaven” con le sue atmosfere “jazzy”, sono “solo” mediamente carini e per l’appunto possono spiazzare per il loro essere non propriamente classificabili musicalmente. Altri sono invece gli episodi di The Human Animal che si fanno amare da subito, senza sé e senza ma, come la sensuale “Saint Over”, che mescola molto bene atmosfere electro a suoni rock, la breve ma intensa “The Return”, meno di 2 minuti di pianoforte effettato e voce da brividi, e soprattutto la bellissima “Flow (Of Impermanence)”, una struggente ballata ma con un bel ritmo “up-tempo”, costruita su un tappeto di percussioni distorte, suoni sintetici e con un’intensa melodia di violino. Molto carina è anche “God In The Hole” col suo riuscito melange di elettronica e indus-rock di chiara matrice americana: ma ancora più interessante è la sua versione remix a cura di Jerome Dillon (ex batterista dei Nine Inch Nails) e Anthony Baldino, che viene dilatata e trasfigurata fino a diventare un suggestivo brano dal sapore atmosferico. The Human Animal potrà o meno piacere ma è comunque innegabile l’onestà intellettuale e il talento di Shikhee e dei suoi Android Lust nel seguire un percorso espressivo senza compromessi. Già solo per questo il CD merita l’acquisto.